ACCADEMIA
DEGLI
AFFATICATI

La vendita illegale di Tropea, città demaniale e perciò inalienabile, fatta nel 1612 dal vicerè Pedro Fernandez de Castro al principe Vincenzo Ruffo di Scilla, cagionò un grave turbamento nell'animo degli Affaticati che sospesero completamente ogni attività fino al 1616, quando il re Filippo III, su intervento di una ambasceria tropeana, rescisse quell'arbitrario atto di vendita.
In verità, dopo quella totale interruzione, una lunga pigrizia diradò l'operosità di quei soci che, come se si fossero indebolite le loro menti, misero in ozio lingua e penna, suscitando apprensione nel presidente, canonico G. B. Pontoriero, tanto che nel 1641 ritenne opportuno di intervenire con il seguente sonetto onde dissipare quell'avvilente torpore e vivificare in quegli spiriti lenti l'ardore degli studi operosi e delle conoscenze:

Adunanza gentil, drappello eletto,
Ch'alto desìo qui di saper v'appella
A magnanima impresa, opra sì bella
S'accinga ognun con amoroso affetto.
Diasi bando all'ozio, mostro infetto,
Si richiami virtù da noi rubella,
E più non erri in questa parte e in quella:
Trovi alfin qui tra noi fido ricetto.
Qui, qui lieta trionfi, e l'ozio vinto
A lei soggiaccia, e di vittoria in segno
Erga trofeo dell'avversario estinto.
Qui sicura ricovri, e qui il suo degno
Seggio ripongo, e qui di gloria cinto
Quasi nostra regina abbia il suo regno.

Sentito dovette essere quel nobile richiamo del Principe se successivamente l'Accademia, salvo qualche breve parentesi di inerzia, impresse alla propria attività, fino al 1783, un ritmo costante, stimolato anche da validi ed entusiasmanti presidenti, dei quali merita menzione Antonio Migliarese (1683 - 1767), un uomo molto dotto e noto nel mondo letterario per le sue traduzioni, dal latino, delle favole di Fedro e di Aviano e, dal greco, della Batracomiomachia di Omero, molto apprezzate alla sua epoca.
Dopo la caduta del Vicereame volle trasmettere il seguente sonetto a Carlo III, re di Napoli e di Sicilia dal 1734 al 1788 - al quale l'Accademia aveva chiesto ed ottenuto il riconoscimento legale delle proprie adunanze - per esortarlo a fare provvido uso delle esperienze della Grecia, di Roma e di tutto il mondo onde attuare un buon governo:

L'arbor real, che i gran passi ingombra,
Che il nostro mare, l'Oceano e 'l Reno
Circonda, e l'Alpe, e che felici appieno
Ha resi già sua fruttifr'ombra;
Di Partenope bellaaa or'ecco adombra
L'aria con ramo eccelso, ondee ripieno
Di ferace virtù, metta il terreno
Be' fiori e fruttaa, ogni riaa pianta sgombra.
E tu, perchè si compia il grandisegno,
Quanto buon seme in suoi volumi immensi
La Grecia, il Lazio e il Mondo tutto ha chiuso,
Signor, raccogli con pensier ben degno
Di tua provvida mente, e al comun'uso
Con beneficaa mano apri, e dispensi.

Che l'eco di quel richiamo agli studi operosi sia rimasta forte e a lungo nel tempo, lo dimostra l'intensa attività svolta dall'Accademia nell'anno di presidenza 1779-80, quando si tennero, tra l'altro, quattordici discorsi, di cui otto di interessante contenuto culturale:
1) sull'immortalità dell'anima, dimostrata con argomenti naturali;
2) sulla libertà dell'uomo;
3) sui principi della fecondazione;
4) sulla felicità;
5) sulle proprietà della luce, di Newton;
6) sul regolamento delle umane azioni;
7) sull'origine delle leggi;
8) sulla diversità dei caratteri degli uomini.
Sono argomenti che riflettono l'attenzione degli Affaticati su quei grandi temi filosofici, storici, sociali, umani e scientifici che, prodotti dal pensiero umano in varie epoche, mossero la gente lungo il percorso della sua storia.
Anche i poeti fecero sentire il loro canto.
Tra gli altri, in una tornata accademica del 1763, Gaetano Massara il Furibondo, avvocato e grande studioso, lesse una sua "cantata" in ottave, in dialetto tropeano, dal titolo "La Tigna".
Dal latino "tìnea", la tigna è una malattia del cuoio capelluto che, oltre a produrre un grande prurito, determina la caduta dei capelli, per cui diventano tignosi quelli che ne sono affetti, e la formazione di croste giallastre tondeggianti, simili "a patei di fundu", come Massara  definisce quelle del Decano del Capitolo, tignoso pure lui.
Con questa "cantata" l'autore fa una breve spiritosa rassegna di tignosi tropeani, ecclesiastici e secolari, tutti medici, poeti, teologi e avvocati che, secondo Massara erano valenti proprio perchè avevano la tigna:

"..........apposta ca è tugnusu
è cchiù di l'autri dottu e virtusu".

E, rivolgendosi ad un non specificato don Cicciu, suo "amicu caru", dimostra la sua convinzione con qualche esempio:

sai ca don Ferdinandu è nu poeta
lu megghiuri di tutta sta brigata.
Puru la tigna sua fu tantu nqueta,
chi eppi cchiù d'una coppula mpicata.
Dimmi, don Cicciu a chistu cui lu veta
di fari la sua solitaa cantata?
Dunca vol diri ca su li tignusi li poeti cchiù grandi e valurusi.


Di un certo "Arcipreviti Mazziteiu" dice:

......................
Chissu tanti anni non portau cappeiu
tantu eppi la sua tigna disperata;
e chissu non è mastru in Tiologia
e nu novu Petracca in poesia?

E così conclude la sua cantata:

Ma cu tutta ssa celebri dottrina
jeu vi fici la cosa chiana, chiana,
e vi ammostrai cu la mia linguaa fina
ch'è la vera perfetta trupiana,
ca lu tignusu ha purviri e farina
ed è la prima che a Parnasu nchiana;
anzi Apellu e li Musi su cuntenti
aviri li tignusi pi parenti