Particolare dell'incisione su rame, cm. 24,5 x 36,5, dal disegno da J. Martin Will, stampata ad Ausburg nel 1783.
L'intera stampa comprende quattro riquadri  che rappresentano altrettanti episodi del terremoto del 1783 sul litorale tirrenico calabrese.

TREMUOTO ACCADUTO
NELLA
CALABRIA E A MESSINA
ALLI 5. FEBBRAJO 1783
descritto
DA MICHELE TORCIA

Archivario di S. M. Siciliana
e Membro

DELLA ACCADEMIA REGIA

N A P O L I
1783


La crisi sismica conosciuta come ‘Terremoto della Calabria del 1783’ durò quasi 3 anni e fu caratterizzata da 5 scosse catastrofiche dell’XI grado della scala Mercalli (5, 6 e 7 Febbraio, 1 e 28 Marzo 1783) e da varie centinaia di scosse ‘minori’ (alcune delle quali del IX grado, come quella del 26 Aprile 1783). Le scosse interessarono l’intera Calabria meridionale e, in parte, la Sicilia orientale (Messina). Fu senza dubbio uno dei terremoti più catastrofici che abbiano mai colpito il nostro Paese: centinaia furono i paesi completamente distrutti; i morti per cause dirette furono quasi 30.000 (6,7% della popolazione), ai quali se ne dovettero aggiungere altri 5.000 per malattie e stenti negli anni successivi. Il territorio subì drammatici cambiamenti morfologici e idro-geologici: frane, smottamenti e crolli cambiarono la geografia della regione, il corso dei fiumi e la morfologia delle coste, e nacquero oltre duecento nuovi laghi, alcuni dei quali di notevoli dimensioni.
Michele Torcia  in un'incisione di C. BiondiLa catastrofe provocò nel mondo grandissima eco, destando profonda attenzione e vivissimo interesse per gli effetti devastanti che si verificarono in un così vasto territorio. Innumerevoli sono stati gli scrittori, i letterati, gli scienziati, i disegnatori, gli incisori che vollero dare la propria testimonianza all'umanità di ciò che si vedeva dal vivo per comunicare la sensazione più realistica del terribile cataclisma nonchè per permettere agli studiosi, che non poterono giungere sul posto, di studiare il fenomeno. Il terremoto destò curiosità e attrazione anche nei 'viaggiatori' che appresa la notizia dirottarono i loro perscorsi programmati per giungere nelle lande calabresi martoriate. E fu così che la Calabria ed il suo popolo, per la prima volta nella storia, tenne banco per molto tempo su un impietoso palcoscenico, facendosi conoscere nel bene e nel male dall'opinione pubblica di tutti i Paesi del mondo.
Ed allora uscirono le prime opere, i primi resoconti, le relazioni governative, gli Atlanti che permettevano di evidenziare sulla carta, a cura di esperti disegnatori, lo sfacelo operato dalla natura, la sofferenza di un popolo abituato a pagare sempre tributi, anche di sangue versato.
Un esempio illustre nel campo dell'editoria ce lo fornisce la ’Istoria dè Fenomeni del Tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783 posta in luce dalla Reale Accademia delle Scienze, e delle Belle Lettere di Napoli, e dall’ Atlante iconografico ad essa allegato', pubblicata a Napoli nel 1784 a cura dell’ Impressore Giuseppe Campo. L’Atlante consiste in una raccolta di 69 tavole eseguite dagli architetti Pompeo Schiantarelli ed Ignazio Stile durante la spedizione organizzata dall’Accademia e guidata da Michele Sarconi (redattore dell’ Istoria) che, partita da Napoli il 5 Aprile 1783 (a soli due mesi dalla prima catastrofica scossa), si concluse a Messina, nel mese di Settembre dello stesso anno. Si tratta della prima ricognizione ufficiale post-terremoto organizzata da un istituto scientifico in Italia. Di tale opera fa parte la notissima incisione di Tropea, veduta dalla Marina verso Parghelia.
Al calabrese Michele Torcia spetta la pubblicazione, a tempo di record, della prima monografia sul disastro. L'Autore, che non era scienziato, anche se faceva parte di quella schiera di Accademici che stazionava nella Capitale partenopea, nacque a Amato nel Lametino nel 1736. Il volumetto pubblicato nello stesso anno della prima scossa voleva essere semplicemente la descrizione del sisma, attraverso le testimonianze e le prime impressioni dei calabresi che sfuggirono al terremoto riparando a Napoli. Il Torcia, dopo aver compiuto gli studi primari nel collegio dei gesuiti a Catanzaro, si trasferì a Napoli e si dedicò allo studio delle lingue, inglese, francese, greco e inoltre apprese nozioni di filosofia, di storia frequentando la scuola del Genovesi. Impiegatosi, quale funzionario agli Affari Esteri, durante il Ministero del Marchese Tanucci, rese utilissimi servizi allo Stato percorrendo in lungo ed il largo il territorio nazionale e buona parte di quello europeo. Tanto che il governò gli accordò in segno di riconoscenza la medaglia d'oro. Il volumetto del Torcia è stato riproposto nel 2003 dalle Edizioni Barbaro di Delianuova, a cura di Giovanni Russo.

Gli effetti di questo tremuoto non hanno esempio negli Annali dell'Europa. L'unico, che lo rassomigli in ogni punto, è quello delle dodici Città dell'Asia, accaduto sotto Tiberio, e che Tacito ha tanto ben descritto in poche parole nel II. Libro de'suoi Annali. Questi effetti sono sì terribili, che sono capaci di adombrare l'immagine della dubbiosa sommersione delle Isole Atlantidi, della separazione delle terre nello Stretto di Gibilterra, e di quella della Sicilia dal Continente dell'Italia, di cui non si hanno monumenti autentici.
Avanti di entrare nel dettaglio del loro quadro, giova il formarsi un'idea dell'ampiezza del Teatro, sul quale la loro cagione profonda gli ha fatti agire. Secondo tutti i rapporti, finora pervenuti in quella Capitale, questo Teatro abbraccia in una ellissi allungata dall'Oriente all'Occidente una parte del mare Jonio, tutta la Calabria meridionale, le Isole di Lipari, la punta settentrionale della Sicilia, e quella del mar Tirreno, che si unisce all'Jonio sul Canale di Messina, noto altre volte col nome di Fretum Siculum.
Giova anche il farsi un'idea della situazione della suddetta Provincia di Calabria. Nella sua latitudine sta divisa in due pezzi da un istmo, o collo strettissimo tra il Golfo di S. Eufemia, e quello di Squillace (Lameticus, et Scyllaceus) in quale scorrono in direzione opposta i fiumi Lamato, e Corace (Lametus et Crotalus). Dal primo di questi fiumi il Golfo, al quale le Città d'Ipponia a mezzodì, e Terina a Settentrione aveano dato il lor nome d'Ipponiata, o Terineo, fu detto seno Lametico, e la vicina Città Lametia. Noi ne adottiamo la denominazione per battezzare l'Istmo Lametico. Il pezzo Settentrionale fa porzione della montagnosa gobba della Sila, o sia Silva celebre nell'antichità, come a'giorni nostri per l'abbondanza, e perfezione del suo legname da costruzione. In quella Sila, altre volte più estesa, fu cavato l'alboramento della famosa Nave di Jerone.
Il pezzo meridionale forma una picciola penisola più larga, che lunga, ed è appunto ciò, che chiamasi punta del piede del famoso stivale d'Italia. Divisa anche essa, come il resto della gran penisola da una Catena di monti, gode benanche de'beneficj di una tale struttura. Vi sono delle cime tali, come quelle dell'Aspromonte, coperte di perpetua neve; vi sono delle viscere, come quelle del Caulone, gravide di piriti, e metalli; non mancano nell'interna tessitura delle loro vene filoni interspersi, e permisti di tutti i rami della mineralogia, e litologia; sulla cortice delle loro vette, e pendici alberi grandi da costruzione, semplici per la farmacia, piante atte ad ogni uso della vita civile: scaturigini del loro seno versano acqua per ogni lato, e di ogni volume, le quali corrono a vivificare la vita Animale, e la vegetabile in uno de'tre promontorj i più meridionali di Europa, e che agli ardori solari-comuni col clima dell'Andalusia, e della Morea, aggiunge gl'ignei effluvj de'circostanti volcani l'Etna, lo Stromboli, il Vesuvio. Le pianure laterali sono divise in tante terrazze, colline, poggetti più o meno coltivati dalla mano dell'uomo, a misura che la sua libertà: civile è più o meno angustiata dalle Scitiche feudalità, che lasciansi tuttavia sussistere nel nostro Regno: ven'è una sul mar Tirreno la più grande di tutte, larga 40. in 50. miglia, e lunga 18. in 20. Più fertile anche, e più popolata ha ottenuto per Eccellenza il nome di Piana. La sua costiera ha inoltre il vantaggio di una numerosa marineria navigatrice nei seni del Pizzo, di Parghilia, di Bagnara, di Scilla; bastimenti da Carico esteri frequentano la cale delle Pietrenere sotto Palmi, e della fossa a Scilla; possiede anche una marineria di pescatori egualmente numerosa, addetta alla pesca del tonno, dello Spada, e degli altri delicati pesci, di cui il suo mare abbonda. Nella costiera Jonia poi, benchè bagnata da un Mar più profondo, e pescoso, non trovasi una tonnara sopra i suoi Capi, o una paransella ne'suoi seni, nè pure un battello peschereccio nelle sue rade. La mano feudale, e la clericale, usurpandovi tutta la proprietà, vi han soffocato tutta l'industria, che la pirateria barbaresca non ha potuto rapire. Esse l'han  ridotta ad esser più deserta di marinai delle Coste di Labrador, o della nuova Zelanda: queste sono almeno frequentate dalle Canoe, e piroghe de'selvaggi: se il governo volesse ora ristabilire la navigazione su quella costa, dovrebbe farne venire la sementa d'altronde. Il Commercio del Levante par che l'inviti, e solleciti ad una tale ricerca. Questa è la regione degli antichi Locresi, e Cauloniati, i quali ebbero una marina mercantile, e militare, Da quella Costa partirono molte brave genti per equipaggiare le galee del Regno, che combatterono alla battaglia di Lepanto.
Il terreno di questa penisola è, come deve credersi, uno de'più produttivi di tutta l'Europa. Dicesi anche, che non essendo la vigesima parte del Regno di Napoli, forma almeno il decimo della sua rendita. Si sa, che tutta la Provincia è stata sotto il nome di Magna Grecia la sede principale delle arti, e delle scienze in tempo di Pitagora, e de'suoi Discepoli; e che le sue flotte, ed eserciti, eran più formidabili di quelli, che tutta la Monarchia può mantenere a'giorni nostri.
Sembra, che il centro del tremuoto, che noi siamo per descrivere, sia stato situato immediatamente sotto il pezzo meridionale, ed il termine della rovina fissato ai due fiumi di già citati. Tutti i fenomeni accordansi a confermare tale congettura. Le parti le più vicine del suo nocchio sono state più fortemente smosse, voragini subitanee vi hanno inghiottito tutto ciò che si è presentato al loro abisso, gli alberi vi sono stati svelti dalle loro radici; le Città rovesciate dalle loro fondamenta; le acque sorgive vi hanno perduto, o nascoso il loro corso; il fiume di Petraci assai profondo vi ha lasciato il suo letto per tre giorni; quello di Rosarno ha straripato sulle campagne; e quello di Stizzano ha formato un lago tra i monti congiunti.
La forza Volcanica produttrice di tutti questi effetti ha dovuto trovarsi ad una enorme profondità, e di una violenza inimmaginabile.
L'estensione della superficie, che ha agitata, ed il peso de'monti granitici, che ha sollevato in tempi uniformi, non altrimenti, che il continuo tremore, che non fa tuttavia rassettare il terreno, sembrano esserne pruove incontestabili. Le sue scosse hanno comunicato e le loro mortali impulsioni all'uno, ed all'altro elemento. Se gli edificj crollavano per terra, le navi non sono state meno conquise per mare. I cannoni coi loro carri sono stati alzati alcuni pollici sui ponti dei vascelli ancorati avanti Messina. La Fregata del Re ha risentito questi effetti; il gonfiamento de'flutti è andato di pari coll'agitazione delle montagne. La marea ha sofferto irregolarità a Taranto. Il flusso vi è mancato in quel piccolo seno, mentre le acque rigurgitando nel Canale di Messina, vi toglievan via i meschini abitanti dalle spiagge, e vi gettavano a secco i pesci.
Il cominciamento del tremuoto ha scoppiato senza verun precedente segno il Mercoledì 5. di Febbraio. La prima scossa, la più terribile di tutte, e che durò tre minuti, avvenne tre quarti di ora dopo il mezzo giorno; la seconda, quasi egualmente forte a'7. ore di notte; la terza, che finì di abbattere le Città, ed i Villaggi, il Venerdì seguente a 20. Se ne sono contate fino al giorno 3. del corrente Marzo in sì gran numero tra forti, e leggiere che cogli avvisi posteriori parlasi di un tremuoto continuo; ed in fatti una palla messa sopra un piano livellato non trovava fino al detto dì riposo: e l'esperienza era stata ripetuta più volte in varj luoghi. Il loro movimento è stato di ogni genere, di sussulto, ondulatorio, di trepidazione. Non è stato moto della terra, ma un rovescio totale della sua superficie. Tutti gli elementi, e tutte le creature se ne sono risentite. Il contracolpo si è esteso verso il Nord fino a Napoli, e verso il Sud a tutta la Sicilia, precisamente agl'istanti medesimi dei colpi scoppiati in Calabria; pruova anche più forte delle accennate della profondità della mina. Una dirotta pioggia con venti, e nebbia indicava la piena agitazione del quarto elemento. I pastori, e i fuggiaschi della Campagna sentivano gli aliti tramandati di bitume, e di solfo, come gli equipaggi de'bastimenti, che solcavano lungo la Costa. Tante aperture, ed oscillazioni della terra ne aveano ripiena l'atmosfera.
Veniamo ora al dettaglio. Cominceremo da Messina, perchè da lei sono venuti i primi avvisi del flagello. E più di un secolo, che quelle Città tanto celebre nella Storia, quanto felice per la sua situazione, è divenuta l'oggetto delle pubbliche calamità. La guerra cominciò la sua rovina verso la fine del passato Secolo. La morte del famoso Ammiraglio de Ruyter, che era venuto per pressarne l'assedio, fu il presagio fatale della distruzione della sua prosperità pubblica. La peste del 1543. ne divorò quasi tutta la popolazione. Il tremuoto, di cui parliamo, l'ha resa un ammasso di calcinacci. La sua bella palazziata giace rasa da'fondamenti; la sua banchetta spaccata a gran profondità; le belle fontane scese a fior d'acqua; e tremila de'suoi abitatori sepolti sotto le proprie Case. Il villaggio di Torre di Faro, o sia l'antico Peloro non offre che rovine. I due Laghi vicini vi si vedevano ricolmi. Il resto della Sicilia ha sofferto a proporzione della distanza del foco dell'esplosione. Vi sono Case cadute fino a Patti, e Rometta all'occidente di Messina, e fino a Scaletta a mezzo giorno.
Nella Calabria gli eccidi sono stati più considerabili, e mortali. Infelicemente la sua penisola stava immediatamente sopra il fornello della mina Volcanica, e più a destra degli Appennini, che a sinistra. Una delle pruove n'è, che l'esterminio delle Città è stato maggiore in questa parte, che in quella: che nell'una gli edifizi sono caduti alla prima scossa, e nella regione meridionale; alla seconda, o alla terza: e questa è la ragione, per cui la mortalità è stata quasi tutta da un fianco, e niente dall'altro degli Appennini. Ecco intanto alcune delle principali Città, e Terre soggiaciute alla furia del flagello: il Pizzo, Briatico, Bivona, Monteleone, situati tutti nel fertile territorio degli antichi Ipponiati; Filogaso, celebre pei suoi fichi, Tropea con tutti i suoi Casali; fra i quali Parghilia crescente per la sua navigazione, Mileto con tutti i suoi contorni, Rosarno, e Galatro, crescenti per la loro Agricoltura, Nicotera, e Gioja, per la pesca, Palmi, e Seminara, floride più di tutte per l'industrie di mare, agualmente che per quelle di terra; verso i monti Sangiorgis, Polistina, Sinopoli, Cinquefrondi, Terranova, Casalnovo, Santa Cristina, S. Eufemia, S. Procopio, Castellace, e tanti altri piccoli villaggi intorno a Oppido, che si crede avanzo dell'antico Mamerto. Bagnara viene appresso isolata senza territorio sopra uno scoglio, ma che col suo commercio attirava ne'suoi magazzini i prodotti di tutti que'feraci contorni. La mortalità in tutti i luoghi accennati è stata grande; quivi anche par che il flagello abbia fissato il teatro della Carnificina. Le persone comode, i benestanti, il Clero, ed i Signori, che non si erano ancora alzari da tavola, gli artigiani, e la servitù colle loro donne, e figliuoli, che erano ritornati alle loro incombenze, sono tutti rimasti vittima della totale rivoluzione del loro suolo.
In generale per tutto dove le famiglie erano addette alle manifatture, son quasi tutte rimase sepolte co'loro ingegni sotto le ruine: per tutto poi dove trovavansi addette all'agricoltura, o alla pastorale, sono state preservate dall'esterminio. Le umili, e rustiche loro Capanne, i pagliai, e le baracche rurali, sono state l'unico rifugio a'miseri avanzi della strage Cittadina; ed ecco come i flagelli stessi servono alla Natura di sferza per ricondurci alla vera origine della Società civile. Questo è quello, che è accaduto alla fertile, ed opulenta Piana coperta di Città, e villaggi popolatissimi, ed industriosi, ed innaffiata da'fiumi, e ruscelli, i quali, come molti paesi, che ne sono bagnati, portano tuttavia il Greco nome, per esempio Metauro, Metramo, Jeropotamo, Calopotamo, Gallico.
Oppido sopra una cresta dell'Aspromonte si è rotto da ogni lato: Terranova sopra un'altra si è slamata nel fiume Mauro: S. Anna, e Casoleto da un lato, Soriano, e Laureana dall'altro, han veduto il lor suolo avvallarsi, come anche i terreni di Filarete, e dell'Annunziata bel tenimento di Seminara: Calanna nel vicinato di Reggio, se n'è scesa nella prossima fiumara di Muro. I spettatori, che trovavansi sopra i luoghi eminenti, vedevano i picchi, ed i piani de'monti, non altrimenti che le valli, e le pianure delle loro pendici muoversi come lo scioglimento de'ghiacci ne'paesi freddi. I luoghi abitati, dopo qualche tremolio, innalzavano per la caduta de'loro edifizj colonne di polvere, più o meno dense, a proporzione della loro grandezza. Vi sono in fatti Paesi, dove non è rimasa pietra sopra pietra, e degli abitanti non si son salvati se non quelli, che trovavansi fuori le mura dello loro abitazioni: e talvolta nè pure questo effugio ha bastato. A Soriano un muro caduto schiacciò la maggior parte degl'individui, che stavano accompagnando il viatico. Infelicemente la prima scossa rovesciò gli edifizj sopra gli abitatori o appena, o non ancora alzati di tavola. Pasquale Zaffiati, uno de'migliori allievi del Filosofo Abate Genovesi, è stato l'unico de'suoi cavato vivo con molta pena da sotto i calcinacci di sua Casa a Palmi. Vincenzo Grimaldi, fratello de'Filantropi Marchesi Grimaldi in Napoli, ha evitato la caduta della sua a Seminara, avendo lasciato il resto della sua sfortuata famiglia dopo pranzo per andare a leggere nella sua stanza uno de'Conti di Marmontel. Delle famiglie di Malarbì, Bibliotecario del Re, e dell'Avvocato Migliorini, tutti due di Oppido, composte ciascheduna di 11. in 12. individui, non è rimasto al primo se non che un nipotino, che era seco a Napoli; nè altro, che un fratello al secondo preservato dall'eccidio a Palmi. Di quella del Principe di Cosolito, piombato con tutta la famiglia sotto il suolo profondato della sua Casa, è rimasto illeso un figlio sopra un materasso, che ebbe il tempo di gettare da una finestra bassa sulla strada: due Nipoti sono rimasti al Barone di Sitizano, che eran seco in Napoli: ed il Baron Franco ha perduto il suo fratello con tutta la sua famiglia, parte sotto le pietre, e parte fra le fiamme a Seminara. Questo ultimo è rimasto arso vivo, senza potersegli dar soccorso per due giorni.
Lo stesso caso è accaduto agli opulenti Baroni Paparatti di Rosarno, ed a'ricchi Bagalà di Palmi: di questi ultimi sopravvivono soltanto un Prete di Napoli, e un negoziante a Livorno. A Palmi stesso gli Aquini, ed i Cannelodri sono rimasti, fuorchè gli assenti, estinti: tutti poi i Sartiani, e i Grillo a Oppido; i Verga, i Foluri, i Piromalli a Casalnovo. L'Avvocato Domenico Antonio Loschiavo ha perduto dieci robusti figliuoli a Radicina. D... Nastari ha avuto un padre nonagenario, caduto da due piani con tutto il tetto, dove stava da cinque anni inchiodato, sano e salvo a Bagnara. Questo non cape di gioja per pochi giorni sopravanzati alla vita del padre: quello non trova conforto  pel fato lagrimevole de'Figlioli.
Il colmo dell'esterminio par che sia principalmente caduto sopra gli edifizj sagri, e più sopra i chiostri, che su le Parrocchie, e le Cattedrali. La Basilica Arcivescovile a Messina non ha perduto se non le due Ale, il Campanile, e qualche altra aggiunta moderna; gli altri Tempj Civili sono stati poco, ed in picciol numero danneggiati. Ecco intanto gli edifizj Monastici tocchi dalla mano di Dio: il Convento di S. Niccola exgesuiti; quello del Carmine grande; il Pilarello; Montesanto, de'Carmelitani; S. Antonio de'Conventuali; de'Teatini; S. Girolamo poi de'PP. Domenicani, e il Convento della Mercede colle rispettive Chiese, diroccati sopra tutti i loro infelici Frati da'fondamenti, come anche la Chiesa del fu Collegio massimo; le altre fabbriche Claustrali son rimasee, se non cadute, inabitabili. In somma di 54, che erano, appena ne son rimase in piedi tre, o quattro. Un simile esterminio è accaduto a'Conventi della Penisola Calabra. Servano di esempio que'de'Celestini di Nicotera, e Terranova, rasati al suolo coll'accompagnamemto di tutti i religiosi nel secondo, coll'infelice Abbate inghiottito sotto la Casa della Principessa di Gerace a Casalnuovo; quei de'Francescani anche accoppati a Polistina, a Nicotera, e a Borzello de'Paolotti, e Capuccini a Oppido, de'Paolotti a Bagnara, de'Riformati a Palmi, a Melicuccia, a Cinquefrondi, a Arena, due a Reggio, come a Simiaroni, il Noviziato de'Basiliani a S. Eufemia, l'Abbazia del suo Generale a Rosarno, gli altri Conventi a Ciano, a Dasà, a Melicuccia, a Seminara; e di cinque altri Conventi in detta Città, cioè Conventuali, Osservanti, e Cappuccini, Paolotti, e Domenicani, componenti in tutto 160. Frati, appena ne son rimasti 17, Delle Francescane poche. De'Basiliani di S. Bartolomeo è stato cavato vivo, ma rotto, il solo P. Bartolomeo Bisanni: è quello Ordine greco, rarissimo nel resto d'Italia, e rimaso quasi tutto distrutto nell'antico suo nido della Calabria. I Carmelitani a Jerocarne. Quei de'Domenicani sono 18. in tutto diroccati; e da 36. inabitabili.
Lo stesso è accaduto nelle parti di Reggio, e dietro Marina. Le Chiese madri di S. Rocco, e de'Crociferi, ed Osservanti, cadute sopra le Case de'miseri Cittadini a Silla, ne accopparono molti, i soli Cappuccini han finito ivi senza mortalità. Ma quello, che rende la verità di quella osservazione palpabile, sono le due fondazioni de'Certosini alla Serra, e de'Domenicani a Soriano, La ricchezza, e varietà de'marmi degli Appennini i più meridionali d'Italia, la foltezza de'boschi sulle loro vette, l'opulenza accumulata da più secoli in mano a quei Claustrali, aveano fatto a gara per assicurare insieme coll'ampiezza, e la magnificenza, l'immoralità a quegli edifizj.
Una sorda esplosione diretta dalla Madre Natura sotto il loro suolo gli fa saltare in un istante a capovolta, insegnando alla generazione attuale, che un ammasso enorme di ricchezze dentro due Santuarj Cristiani, incontra un tocco più severo dell'ira celeste, che quelli altrettanto celebri dell'antichità nella stessa regione di Proserpina a Locri e di Giunone a Cotrone, saccheggiati dagl'increduli di que'tempi Dioniso, Pirro, Annibale, e da'Comandanti Romani, Avvertimento anche del Cielo alla Nazione, per distribuire le vaste tenute di quelle fondazioni al decoro, ed utile dello Stato, all'avanzo, e prosperità dell'industria in quella Provincia, e nella Monarchia.
Tre Bagnara, e Reggio, che chiudon la Piazza a mezzo giorno, come Montelione l'apre a Settentrione, viene lungo la Spiaggia sul mar Tirreno la punta di Scilla, corrottamente Sciglio, bifida sui fianchi del suo Scoglio, non uno celebre per le favole degli Antichi Poeti, che forte per la sua situazione sull'ingresso del Faro pericoloso per la navigazione, ed importante, pel Commercio de'due mari nel centro del Mediterraneo. Lo Stato altre volte ha fatto gran caso di questo posto sulla fronte d'Italia: ora ne continua a tenere da più generazioni confidata la Custodia in mano a'privati, e con jussi, che la ragione riprova, e l'umanità aborre. Gli urti delle percosse Volcaniche hanno smosso quello famoso scoglio fin dall'ima, ed inesplorata sua base; il controcolpo percosse di botto la cima, e vi diroccò a squarci quella rocca, che da tanti Secoli avea resistito all'impeto de'nembi, de'venti, de'flutti, e a'colpi di tanti altri tremuoti. Il Principe dell'antica Famiglia Ruffo avea provato nel corso della sua vita varie altre scosse della terra in quella Rocca; egli era da tutte campato col rifugiarsi in una stanza, che poggiava sulla parte la più soda dello Scoglio, e che è rimasta intiera in questo incontro. La violenza delle scosse attuali, e la debolezza forse della sua decrepitudine, lo fecero risolvere ad abbandonare il solito suo rifugio, e di cercarne un altro più sicuro sulla spiaggia, o sia praja delle filuche a sinistra, dove una fila di alberi fa, come in Olanda, vago ornato alle Case di que'Cittadini, la maggior parte padroni di que'legni, e marinaj intrepidi, ed attivi, In questo picciolo Asilo di Navigatori si ricoverò egli sulla sua bella lancia, da lui fatta ammarrare a disegno tra il lido, e le onde, per evitare gli urti terrestri, e non come le altre barche più dentro terra del solito, e infalangare nel luogo inaccessibile alle lame dell'onde. Infelicemente il suo esempio trasse una gran parte de'Cittadini della Montagna a ricoverarsi nelle filuche pe'loro parenti, ed Amici; gli altri si attendarono nelle vicine Campagne, e così pensarono di passar salvi la notte ambi i partiti. Non eran periti sotto le ruine degli edifizj alla prima scossa, se non 100. in circa individui, la seconda di notte ne sagrificò 2300. Ed ecco come: Le scosse della terra aveano comunicato i loro Urti alle acque del mare. Quelle aveano sofferto la sera un abbassamento straordinario: al nuovo urto una Corrente di mezzogiorno venne ad elevarle ad un'altezza anche straordinaria. Il fenomeno fu comune ad ambe le sponde dello stretto; e quell'aquemoto, che scosse, e fe traballare la Fregata del Re, e gli altri legni ancorati nel profondo posto di Messina, portossi per 200. passi, oltre l'ordinario, a scopare, ed inghiottire tutto quel che incontrò di stabile sulle due spiagge opposte, ed a cuoprirle de'suoi pesci morti forse più dalla collisione de'flutti, che dal naufragio sulle arene.
Sulla lunga costa di Reggio portò via tutti i mangani della seta, ed altri attrezzi di agri, coltura, ed industria: ma dove le angustie del Canale limitavano il passaggio al rigurgito, questo fremebondo scioglie i suoi veloci cavalloni sulle coste opposte, poi ne riconduce ne'suoi abissi la misera umanità confidata agli aviti suoi palischermi. Oggetto della loro vorace preda cadde la brava marineria di Tor-di-Faro, e di Scilla, immersa in un profondo sonno sotto i tendali de'suoi legni. Il vecchio Principe Ruffo fu compreso nell'esterminio marittimo: e così per salvarsi dalle minacce della terra, urtò in mare fra gli anfratti di uno scoglio, che il lasso di tanti secoli, e le vicende degli stati, avean ridotto in suo potere. Per niuno meglio che per lui l'antichità par che abbia profferito il noto Proverbio:

Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim.

Poco dopo la prima scossa, e avanti il fatale avvenimento, egli avea fatto chiamare a se Padron Domenico Baviera, capo del partito dei Patricci (de'Marvizzi) e per mezzo suo avea domandato scusa a tutta la comunità (università) delle liti, e vessazioni fattele soffrire colla sua condotta passata. A qualche cultura di mente egli univa una invariabilità di Carattere, che gli ha fatto proseguire con fermezza le buone, e le cattive imprese. Infelicemente gli errori della ferocia feudale bevuti col Sangue nel secolo passato, e giustificati dal sistema della nostra giurisprudenza, lo hanno mosso talvolta a nuocere all'umanità. L'arte della stampa lo avea condannato al Tribunale dell'Europa; una catena di nostre vicende lo assolvette agli occhi della nazione; questo suo pentimento lo discolpa à quegli de'suoi vassalli. Con altre idee averebbe fatto grande onore alla Nazione.
Mille in circa sono stati i cadaveri rigettati poscia dal Mare sulle due praje. Tra questi vi era quello del suo Fratello naturale detto L'Abatino Ruffo.
Gli anfratti di que'scogli aveano intieramente scippato il capo dal busto a quel povere infelice. Tra gli altri cadaveri vi è anche quello del Medico Bovi, rinomato abbastanza per la sua pratica in quella Regione, e nella Sicilia, dove avea anche de'beni a Messina. Il prete D. Antonino suo Nipote si è salvato a nuoto insieme con altri suoi paesani. Egli era fratello di Rocco Bovi, Regio Mattematico in questa Città, e ajutante del celebre Rizzi-Zannoni, geografo di S. M., e di Mariano Bovi, attuale allievo del non men celebre incisore Toscano Bartolozzi a Londra.
Chi si è salvato per una combinazione speciale di circostanze si è la moglie di Patron Giuseppe Messina attualmente in Napoli. Tenevasi ella rifugiata con tutti i suoi figliuoli nella barca di Casa sulla spiaggia dell'Oliveto. Gl'insoliti cavalloni di mare vennero a coglier quella barca nel comune naufragio. L'infelice Madre spaventata dal pericolo stava senza sensi abbandonata sul fianco del legno. Un terebinto piegato, e sbattuto dal nembo venne ad urtarla coi suoi rami sulla fronte. Un puro moto naturale le fece tendere le braccia ad afferrarvisi. Una figliuola accanto a lei partecipe dello stesso spavento, si afferrò alle gonne della Madre. I cavalloni trassero negli abissi la barca con i figluoli. I rami del terebinto rialzati sbalzarono le due donne a miglior sorte sul lido.
I cavalloni fecero il medesimo guasto sull'opposto terreno di Tor-di Faro. Infelicemente ne menarono anche via un gran numero di Marinaj non meno abili, e coraggiosi di quelli di Scilla. Il bravo Monsieur de Tean, Castellano del Forte ebbe gran pena a salvarsi con una rapida fuga verso le vicine Colline. Un accidente così fatale era avvenuto ancora un'altra volta nella medesima stagione, e quasi nel medesimo giorno, cioè a dire a'4. Febbraro del 1169., allorchè un tremuoto fece gran danno in Sicilia sotto Guglielmo II., il quale risentì tanto la disgrazia de'suoi sudditi in quel tempo, quanto il nostro Re regnante l'ha risentita adesso. Tanto a Messina, a Tor-di-Faro, che a Scilla, si è usata la precauzione di brugiarvi i cadaveri. Infelicemente l'ignoranza, e la superstizione hanno distolto i semplici, e sbigottiti abitanti in altri luoghi da un sì salutare esempio.
Dopo il funesto caso del Principe di Scilla e de'suoi vassalli, merita di esser raccontato quello della Principessa di Gerace-Grimaldi. Questa generosa Donna, adornata da'suoi vassalli, amata da tutto Napoli, ha impiegata la sua gran rendita a sollevare i poveri, a incoraggire gli Artefici, ed a divertisrsi innocentemente co'suoi Amici. La ferocità baronale non ha fatto mai partire il minimo tratto di violenza dalle sue mani. La sua disgrazia ha ferito tutto il popolo di Napoli, e la sua memoria sarà rispettata fra gli esseri egualmente, che fra i nazionali. La Primavera passata ella prese la risoluzione di ritornare a'suoi Feudi in Calabria. Avea fissato il suo soggiorno a Casalnovo, piccola Città di 10. a 12. mila abitanti, fabbricata regolarmente durante il corso di questo secolo sopra un terreno coperto di Oliveti, e di Vigne a piè delle montagne. Le case eran tutte di un piano, come anche il Palazzo della Principessa, appunto per prevenire i disastri del tremuoto: Ma che vale un sì debole ajuto per la misera umanità, quando la natura ne ha decretato irrevocabile l'esterminio con uno starnuto? A che servirebbero le spranghe elettriche di Monsieur Bertholon, quando queste non potessero passare la prima cute, che cuopre la fede delle viscere ad una gran profondità? La Principessa era intenzionata di passare la vicina Quaresima, pel comodo del pesce, nell'altra sua opulenta Terra di Gioja sul mare. Pochi altri giorni le sopravanzavano tuttavia del Carnovale. Ma questa scossa, che preservò dalle ruine la sua Casa a Gioja, cagionò uno sprofondamento sotto il suolo di Casalnovo, che inghiottì tutto l'abitato con 8.300. e più de'suoi abitatori; il resto rimaso salvo in Campagna, ove trovavasi. Il cadavere della sfortunata Dama ben dentro le ruine non ha potuto essere discoperto, se non tre giorni dopo il fatale destino. Ella stava sollecitamente vestendosi a letto, eccitata sorse dai primi tremori. Avea messa una calza; ed il suo cadavere è stato trovato sano sotto la Cortina del suo Letto col ventre alquanto gonfio. Dalle labbra però, coperte di schiuma, si è congetturato, che l'impossibilità di portarle pronto soccorso, e la mancanza di alimenti, sono stati l'ultima cagione della sua morte. L'Abate Amendola, Celestino di Terranova, che era venuto a pranzo seco quel giorno, non era ancora stato dissotterrato. Due mozzi di stalla, e la Figliuola della sua Cameriera, rimasti sotto i calcinacci a piccola profondità, sono stati subito cavati vivi. Il Cuoco stava nel momento della scossa in una loggia di legno attaccata alle mura della Cucina. La loggia se ne scese colle mura, e lui colla loggia, come un uccello in gabbia, senza soffrire il minimo male. Il caso del Cocchiero è più particolare. Avea agli fissato una partita di caccia con i suoi compagni dopo pranzo: ma un capriccio di fantasia gli fece lasciare il pranzo della Città per anticipare nella campagna. Appena era egli giunto sopra certe colline, si sentì sbattere d'avanti, e di dietro, ed il terreno, che gli traballava sotto le piante: Spaventato, corse ad afferrarsi ad un albero, che poco dopo parve dover rimanere inghiottito secolui in un abisso apertosi in piccola distanza. Spettatore di una scena così nuova agli occhi suoi, da qualunque parte girava le pupille, vedeva la gran massa della madre natura delle viscere agitata, e convulsa, abbassare le montagne, lacerare i piani, convertire le Città in tanti vortici di polvere, spinti verso l'atmosfera. Tutto il resto della numerosa Corte della Principessa ha subito il fato della Padrona. Di 30. Cavalli, sette aprironsi un passaggio per una crepolatura della stalla, che non era tutta piombata giù. Un micco, della specie de'Saguini, venuto da America, di cui S. M. Cattolica avea fatto regalo alla Gran Duchessa di Toscana, e Sua Altezza Reale ad una delle sue Cameriste, da cui compratolo il Marchese Piatti di Firenze, l'avea questi ragalato alla sfortunata Principessa sua Amica, ha provato la medesima sorte in Calabria, che i Cani, ed i Cavalli di Europa hanno spesso provato ne'tremuoti di Lima, o in altri tanto frequenti nella sterminata Catena delle Ande. Il Cane è stato più fortunato del micco, e la fedeltà della sua specie meritava miglior sorte della sozza indecenza dell'altra; fu trovato vivo accanto alla sua estinta Padrona; e l'istesso è accaduto a quello del Signor Marchetti a Messina, anche dopo una sepoltura di tre giorni. Questi due Animali non hanno ripigliata la voracità ordinaria alla loro specie, se non dopo essersi ristorati nell'aria libera, e alimentati parcamente con dosi giudiziose per tre giorni. Ci restava questo altro metodo terapeutico dopo il vomitivo, da imparare da'Cani per la nostra salute.
Questo è il sanguinolento spettacolo aperto in un istante dal trenuoto nella doviziosa, e ferace Piana. Consimile, sebben non tanto fatale, è stato quello, che ha aperto dalla parte Orientale dei Monti agli Abitanti detta Dietro Marina.