Il regista Luigi Di Gianni

Il Cinema di Luigi Di Gianni
a Pizzo di Calabria
Presente in sala lo stesso regista
per la presentazione dell’inedita “Opera a Sud”

di Franco Vallone


Pizzo di Calabria, solita vecchia bellissima polverosa sala del Cinema Moderno, un uomo seduto in quarta fila guarda pensieroso e contempla lo schermo ancora bianco nell’assenza della magica luce cinematografica. Poi, lo stesso uomo, si gira lentamente e osserva attentamente la gente attorno, sembra quasi con la curiosità di un regista cinematografico che guarda nel mirino della sua cinepresa e, in effetti, l’uomo che abbiamo di fronte è veramente uno dei più grandi registi documentaristi a livello internazionale. Lui si chiama Luigi Di Gianni ed è a Pizzo di Calabria per presentare un’importante ed inedita rassegna dal titolo “Opera a Sud: la Società Meridionale prima del boom economico”, una manifestazione inserita nel contesto della VIII Settimana Nazionale della Cultura, del Ministero dei Beni Culturali. L’evento inserito nel programma di “Spazi Aperti”, organizzato a Pizzo di Calabria dal dinamico assessore alla Cultura del Comune,  Ivano Tuselli, e da Carmine Cavallaro, assessore al Turismo dello stesso luogo. Opera a Sud è stata ideata e realizzata dalla Cineteca della Calabria, rappresentata e presentata in sala da Eugenio Attanasio e Giovanni Scarfò, due  raffinati esperti di cinema, in platea presente anche il presidente del Circolo del Cinema “Lanterna Magica” di Pizzo, Vera Bilotta, che ha curato gli aspetti operativi e logistici dell’evento, ed, ancora, dietro la macchina di proiezione 35 mm e quella digitale, Giuseppe Imineo, di Filogaso, il mitico cinematografaro del vibonese. Entusiasta e appassionato il numeroso pubblico presente, cosciente sin da subito della valenza dell’evento e dell’autorevole e straordinaria presenza in sala. Ai nostri occhi appare un antropologo, un regista, un uomo incantato eternamente dal mondo delle donne e affascinato dal Sud e dalle altre cose straordinarie, come lui stesso ci dice nel corso del nostro incontro, “il mondo femminile è un’altra cosa”,  e poi riferendosi a Pizzo aggiunge: “ Pizzo Calabro è un paese molto bello e, soprattutto, ho trovato un punto di grande suggestione nella chiesa di Piedigrotta. È stata una grossa suggestione che mi ha dato anche delle idee, mi ha provocato, oltre a delle sensazioni, anche idee…”. Ritornando ai suoi film ricordiamo che proprio a Luigi Di Gianni è dedicata, in questi giorni, un’interessante personale retrospettiva, a Roma, dove le sue opere più belle ed interessanti fanno parte della sezione a lui dedicata presso il Salone del cinema documentario. Ma ritorniamo a Pizzo e al cinema di Luigi Di Gianni, che si alterna e si affianca, in questa straordinaria rassegna, a quello del calabrese Vittorio De Seta, Una scelta di opera-re a Sud che sembrerebbe portare a visioni e sguardi comuni e che invece, scopriamo, porterà ad un’espressività molto differente. Si spengono le luci in sala, s’inizia con “Magia Lucana” del 1958, 35 millimetri, medio metraggio, bianco e nero. Il film ottiene, nello stesso anno, il primo premio del documentario al Festival del Cinema di Venezia. Il film, realizzato con la consulenza scientifica del grande Ernesto De Martino, tratta della sopravvivenza di antiche forme magiche in Basilicata. Le prime scene tracciano il rituale del “taglio” delle nuvole in tempesta da parte di alcuni contadini, mentre guardando le immagini riaffiorano in noi comparazioni con i tagliatori di “cuda a rattu”, di trombe d’aria, dei pescatori delle nostre marine calabresi. Il filmato segue poi il percorso dei rituali funebri, delle lamentazioni tragiche che lambiscono vere e proprie musicalità, canti e decantazioni rivolti al defunto, le stesse identiche tracce che portano alla Magna Grecia, a Persefone, Kore, ma anche alle ciangiuline (lamentatrici professioniste) di Pizzo che, dietro un compenso, venivano chiamate a piangere nei funerali di un tempo. Il rapporto, la collaborazione, l’incontro di Di Gianni con Ernesto De Martino, con il musicologo Diego Carpitella, con Cesare Zavattini, con l’antropologo Annabella Rossi, con la voce d’Arnoldo Foà, diviene un tutt’uno che rimarrà la traccia dei film successivi del regista. Un filo rosso e indelebile che porta Di Gianni a percepire una “realtà inafferrabile” sempre, dove la costruzione delle immagini, il suono percepito, gli umori del luogo e del tempo verranno elaborati in una vera e propria “finzione del reale” con suoni, canti e voci inseriti sapientamente in sincro, in una post produzione con rumorista voluta per scelta filosofica più che per scelta tecnica. A questo punto il modo di vedere il documentario antropologico di Luigi Di Gianni e quello di Vittorio De Seta sono sempre più distanti, pur operando ambedue a Sud, con luoghi, tracce, gente e umanità simili. Anche quando spuntano i primi leggeri colori, nelle pellicole di celluloide, questi sembrano, più che colori, tonalità e gradazioni del bianco e del nero, come se non si volesse abbandonare la molteplice cromaticità del nero che si contrasta nella luce al bianco. S’incontrano nei film di Di Gianni scene che sembrano scappate, fuggite, evase dalle xilografie di Enotrio Pugliese, dalle scritture di Carlo Levi. Paesaggi arrampicati e attaccati alle pareti delle montagne, gente ammantata eternamente di nero, povertà e muri sgretolati, fatica e lavoro. Il secondo film proposto è di Vittorio De Seta, si titola “Contadini del Mare”, parla della pesca del tonno, della famosa camera della morte, di uomini che effettuano la mattanza sul mare, seguendo un vero e proprio rituale. L’altro documentario del regista calabrese è ambientato nelle isole Eolie e si titola “Isole di Fuoco” del 1954, mentre il terzo film di De Seta è intitolato “Sulfatare”. Le immagini di Di Gianni e De Seta si alternano sapientamente sullo stesso schermo in un ritmo e con contrasti filmici sempre più evidenti. De Seta, più ottimista di Di Gianni, sceglie il finale a lieto fine, risolutivo e tranquillizante. Per Di Gianni, invece, il finale è, o pare sembrare, elemento simile all’inizio, parte di un percorso che scompone e ricompone direttamente la ritmica e il taglio delle sequenze nella sua “realtà inafferrabile”. Poi, per il turno di Di Gianni, si passa a “Donne di Bagnara” dieci brevi lunghissimi minuti del 1959 in 35 millimetri e a colori. Tra le barche della marina di Bagnara Calabra e i faticosi trasporti di grosse pietre, di sassi e scogli utilizzati per costruire muraglie protettive di consolidamento di pareti che non vogliono stare ferme, che imitano il fluire del sottostante mare. In questo ambiente, quasi ostile per l’uomo, la vita quotidiana delle donne di Bagnara era ed è, da sempre, segnata da un ribaltamento dei ruoli classici nella società di uomini e donne. Le bagnarote, con la loro corona di pezza in testa, trasportano pietre pesantissime lungo i sentieri dei terrazzamenti e degli strapiombi, della grande montagna che sovrasta la marina. Come tante formiche infaticabili le donne di Bagnara trasportano pesi enormi. Nel film lo sguardo del regista si focalizza su una giovane donna incinta. La donna ha i lineamenti del viso duri come la pietra e le caviglie fini, la pietra sulla testa, in primo piano, enorme come la pancia gravida. Petra e pancia sembrano non essere di peso, un percorso di una fatica che viene trasmessa in sala, durante la proiezione e diventa, a sera quando la donna rientra a casa e si distende vestita sul letto, momento liberatorio per lei e per lo stesso pubblico che guarda il film. In “Tempo di raccolta”  del 1966, con 12 minuti tra i colori tenui, si percorrono le strade delle raccoglitrici d’olive in alcune località della Calabria, documento fra quotidianità, tradizione popolare e lavorativa, e vera denuncia sociale del tempo. Tra il 1958 ed il 1971, Luigi Di Gianni realizza una lunga serie di film documentari che costituisce un vero corpus unico nella storia del cinema italiano ma anche un’importante ricerca antropologica effettuata con tanti elementi scientifici e con una rara sensibilità poetica. Dalle musicalità arcaiche del lamento funebre, carico d’echi pagani, nella Basilicata degli anni cinquanta, alla devozione delle anime del Purgatorio a Napoli, nella Città del Sole, dall'ancestrale culto litico delle pietre dell’Abruzzo alle pratiche esorcistiche in Irpinia, dagli arcaici pellegrinaggi, carichi di profonda religiosità popolare, sui monti del Pollino alle inquietudini spirituali che attraversavano il Gargano e le stimmate di Padre Pio, dai casi di possessione nel Salernitano ai raduni d’ossessi a Montesano… tutti questi lavori rappresentano una delle più importanti e organiche testimonianze della cultura subalterna meridionale percepiti, studiati, documentati e fotografati in una fase traumatica, di transizione epocale, di disagio, di passaggio, di soglia, di tumultuoso cambiamento. Luigi Di Gianni, estraneo al clima del neorealismo e con ascendenze artistiche piuttosto insolite per un documentarista, come la predilezione per il cinema espressionistico tedesco e l'amore viscerale per Kafka, Di Gianni, dicevamo, con la sua opera ci restituisce un'immagine assolutamente originale del Sud, del Mezzogiorno, delimita continuamente culture sovrapposte,  libere da ogni luogo comune, compresi quelli del meridionalismo progressista dell'epoca. Una “ambiente – azione” filmica che rinvia ad uno specchio della “realtà inafferrabile” sempre sospesa tra magia e realtà stessa, che  diventa, oggi, importante punto di riferimento per chiunque voglia accostarsi all'attività cinematografica documentaristica di alto livello concettuale ed espressivo.

      
Tre momenti di Luigi Di Gianni sul set di 'Il tempo dell'inizio' e 'La Madonna del Pollino'


Curriculum Artistico
di Luigi Di Gianni