Frontespizio dell'opera di Cesare Tomeo Trionfo della Lega.CESARE TOMEO
e
Il Trionfo della Lega
 
 

di Salvatore Libertino
 


Di nobile famiglia insediatasi a Tropea ed annessa al seggio nel 1624, nelle Memorie del Capialbi è medico, dilettante di musica e poeta assai grazioso del suo tempo. Morì prima del 1641, dato che tra le pagine del poemetto I poetici furori, rime dedicate alli Accademici di Tropea dell'abate Giovan Battista Pontorieri, pubblicato a Monteleone in quell'anno, si trova un sonetto in occasione della sua morte. Prima lo cita Francesco Sergio, nella Chronologica Collectanea a pag. 58 recto nel Primo Libro - Capitolo dedicato alla musica e a pag. 113 recto nel Secondo Libro - Capitolo delle famiglie estinte.
Il Tomeo nella bibliografia antica è ricordato solo per Il Trionfo della lega contro il Turco. Lo Zavarroni, quando lo nomina, scrive Romeo in luogo di Tomeo.
Le sue opere conosciute sono:
Il trionfo della lega contro il Turco, Cacchi, Napoli, 1575. Rappresentazione drammaturgica della Battaglia di Lepanto in cinque atti destinata ad essere recitata in Messina, alla presenza del comandante supremo della Lega, Don Giovanni d'Austria, cui è dedicata. Presumibilmente si tratta di opera che si avvale di accompagnamento musicale;
Tragedia di Santa Domenica V. e M., rappresentata, secondo il Sergio (Op. Cit.), nella Cattedrale di Tropea. Nicola Scrugli afferma che questa tragedia è stata stampata a Napoli nel 1575, in Notizie Archeologiche e Storiche di Portercole e Tropea, Morano, Napoli, 1891 (anastatica Brenner, Cosenza, 1990);
Due sonetti nella raccolta stampata a Napoli per la morte di Sigismondo Augusto re di Polonia;
Altro sonetto nelle Rime et versi in lode della iill.ma et ecc.ma s.ra d.na Giouanna Castriota Carr. duchessa di Nocera, et marchesa di Ciuita S. Angelo, scritti in lingua toscana, latina, et spagnuola da diuersi huomini illust. in varij, & diuersi tempi. Monumentale raccolta allestita da Scipione de Monti e stampata a Vico Equense da Giuseppe Cacchi nel 1585.
Le opere sopraindicate sono introvabili ad eccezione de Il Trionfo della Lega e delle Rime dedicate a Donna Giovanna Castriota, agevolmente accessibili nelle più importanti  biblioteche.
De Il Trionfo vogliamo proporre il brano "Al Lettore" che precede il testo dell'opera in versi. In esso è possibile scoprire qualche traccia biografica dell'Autore che, dopo un excursus aristotelico (furono pure Aristotelici i suoi concittadini coevi Quinzio Bongiovanni e Ottavio Glorizio) mirato a stabilire di come l'opera sia più o meno vicina alla Commedia, o alla Tragedia o alla Tragicommedia, ovvero alla Rappresentazione, a seconda che il lettore si ponga dalla parte dei Turchi, vinti, o dei Cavalieri della Santa Lega, vincitori. In particolare, vi si può cogliere che l'opera era stata composta dui anni sono, e che la recitazione della rappresentazione era stata prevista nella città di Messina, mia quasi seconda Patria Nobilissima, alla presenza di don Juan d'Austria, comandante supremo delle forze della Santa Lega.
Il brano si conclude con l'appello al lettore ad essere benevolo verso questa prima edittione con gran fretta dell'opera, per primo saggio della mia giovenezza, e per primo pegno de'miei brevi studi, con la promessa che nella eventuale e successiva edizione sarebbero stati corretti certi errori e fatta menzione di alcuni Cavalieri principali che in questa non sono ricordati. In effetti, nell'opera il Tomeo non menziona alcun nome dei tropeani che parteciparono alla spedizione.
Si evince ancora che la rappresentazione era stata composta un paio d'anni dopo la battaglia di Lepanto, e "in gran fretta", probabilmente per far coincidere la stessa recita con la presenza a Messina di don Juan d'Austria, circostanza questa che si era ventilata ma poi non si verificò. Altra non trascurabile indicazione che si può ricavare è che l'autore quando scrive è giovane, forse giovanissimo, e che promette al lettore di poter nel prosieguo degli anni comporre ancora.
A seguire vi si potrà leggere il sonetto inserito nella già citata raccolta Rime et versi in lode della iill.ma et ecc.ma s.ra d.na Giouanna Castriota Carr. duchessa di Nocera, et marchesa di Ciuita S. Angelo, scritti in lingua toscana, latina, et spagnuola da diuersi huomini illust. in varij, & diuersi tempi.
 
 

Al Lettore

Ancor che la vittoria, di che si tratta quì, sia degna d'esser discritta in stile storico, anzi divino; e tal materia sia più tosto dell'Epopeia, che della Tragedia, over Comedia; tuttavolta l'haver io industriato quella per via di rappresentatione, non credo gratioso Lettore, che di ciò imputerai a me difetto, nè monstruosità al soggetto, quando che non è necessità quel, ch'è per elettione; nè difetto quel, ch'è per invenzione; perchè nè à me si toglie la libertà dello scrivere in quael modo; ne torna à minor gratia al soggetto l'haver attitudine à diverse invenzioni; il che non succede d'ogni cosa.
In questa materia si sono hoggimai stancati gli Historiografi, gli Oratori, e'Poeti in diversi stili, e ci hò travagliato in molti ancor io non poco, nè per che tanti l'habbian trattato, hà ella mancato d'inventioni, ch'ancor hà lochi per tutti; onde è grandezza à quella l'haver sì gran campo, e destrezza credo à chi ci scorre. Nè ti paia strano ingenioso Lettore l'uso de' Personaggi, che siano Provintie, Virtù, Affetti, & simili, per che non pur di queste si veggono immagini, e Statue, ma im nolti Volumi si veggono discorsi dialogi, & altre fittioni. Nè mi dirai ch'Aristotele non dà precetti di questo nella sua Petica, perch'egli non ti preferisce, nè vieta simili personaggi. E se ben mi dici con Oratio (Nec Deus intersit) io ti suggiungo (Nisi dignus vindice nodus inciderit) perche in qual essere fu più necessaria l'opra divina, che'n questa, che veramente fu dala man di Dio? E se ben io fo l'Angelo, che discorra ....; e ragioni; questo non è noto nelle scritture e ne componimenti, non già ch'esso discorra, o pensi al modo nostro; ma questo è rispetto à noi, perchè non intendiamo se non per discorso, ne si può l'intender suo esplicar altrimente; si fa anco per vaghezza del rappresentare, e per tener sospetti, & attenti gli Auditori. Il discorso, ch'ei fa co'l timore, non è altro, che l'intender esso, che nel mondo quei non vi sia per tali e tali ragioni, dal che intende doversi far venir la Giustitia. Italia non differisce da Roma, e da l'altre Città, se noti in quello, che tu fai con l'intelletto differire le parti dal tutto, è per mostrar questa union di queste parti co'l tutto, so, che ella le chiami à consiglio, non già per che sia stato fatto, ma per mostrar detta unione; ch'era innanti la Lega, e per honorar la nostra Italia, e la Spagna insieme, e per tuo diletto, e vaghezza della rappresentatione. Ma ti parrà per avventura difficile, che dette Provincie si tochino così subito, e che tante cose ti facciano in così breve tempo, e quasi immediatamente. Ma ti rispondo, che'l tutto non è mai senza le sue parti in quanto alle Provintie nostre; in quanto à l'altre, & à tutte insieme, sendo questi personaggi come simboli, e figure d'esse Provintie, e gli altri delle virtù; nel modo come tu poi concipere nella mente detti personaggi, così ti sarà facile rappresentar nel Teatro del tuo intelletto (che questo è il Teatro) l'attioni loro con l'intervallo, che bisogna, come leggendo una Istoria di più attioni, e di più tempo, in una lettione, & in un tratto la comprendi. Oltre che sendo detti personaggi figurati, e come astratti, non è necessario quel tempo, che si deve a' personaggi particulari, e veri, se non in quanto al rappresentare. Onde ancor che sia precetto, che l'attione sia d'un giorno, nondimeno quì basta, che ciò sia nel rappresentare, oltre che dall'istesso Aristotele habbiamo nel fine del 5.cap. della Poetica queste parole (Ut autem simpliciter praesiniamus, quantam esse fabulam vel deceat, vel necesse sit; eum sane dicimus, legitimum huic fore magnitudinis terminum, cum sive ad commodam fortunam ex incommoda, sive ex commoda ad incommodam perpetua ferre mutata fuerit). Ti darà anco maraviglia il non haver io dato nome à quest'opra di Tragedia, per trattar di cose gravi, o di Comedia, per finir con allegrezza, o di Tragicomedia, per ambedue, una di rappresentazione: il che non è imperfetione, nè inavertenza, ma grandezza del soggetto, e cosa fatta à studio, perchè sì gran Vittoria, ch'eccede ogni credenza dovea anco eccedere ogni legge, e trapassar i precetti ordinari. L'ho fatto anco per esser l'opra di personaggi (com'è detto) astratti, e simbolici, e per ciò le convenia solo un nome generale, e non particulare; oltre, che da gli antichi non habbiamo imitatione di cose granvissime, con fine allegro, il che saria povertà della Poesia, quando che d'ogni altra cosa è ricchissima, non convenia dunque farla povera. Ma non istarò quì à discorrere se si potria dir Tragedia, per trattar di cose gravi; e per parere, ch'Aristotele parlando della Tragedia voglia, ch'ella possa trattar sì de cose allegre, come meste per le sopra allegate parole, e per quell'altre nel 4.cap. (Horum vero maximum est rerum conslituctio cum non hominum imitatio sit Tragedia, sed actionis, atque vite, tum felicitatis, infelicitati sue) perche chiaramente nel 11. dice parlando d'essa (Cum quidem ex miseria ad felicitatem mutatio non sit, sed contra ex felicitate ad miseriam..).
Ne contendo se havria potuto far, che la istoria sia rappresentata da Turchi vinti, e farla Tragedia, perche la Tragedia deve movere à compassione, ma la miseria de'Turchi move noi ad allegrezza, sopra del che Arist. nel 11.ca. dice (Sed nec omnium imbrobos ex secunda fortuna inadversam lapsos, quandoquidem talis compositio, quae aliqui hamanitatem preseferre potest, miserandi aut terrifici plane nihil habet).
Ne convenia farla di Cristiani, c'habbiamo in quella perduto amici, per quell'altre parole nell'istesso capo Primum quidem satis apparet minime dicere, bonos ex equos viros ex lelicibus infelices  factos in scenam afferre: ut quod terrifici miserandive nihil habeat, sed scelesti.
E tanto più sendo stato il mio intento di rappresentar la comun nostra allegrezza; e perciò elessi di darle fine allegro sotto un Nome largo, e comune. Tu (se voi) la potrai chiamar Tragicomedia, per partecipar d'ambedue. Le disgressioni, gli episodij, e l'ostentationi, che'n essa si trapongono, se sei giudicioso, comprenderai à che fin sian fatte. T'hò voluto benigno Lettore di questi dubbi avertire, acciò che tu non creda, che siano cose dette à caso, e se ben questi & altri ti paresse, che con Aristotile mi potresti movere, non dimeno non vò: che ti persuada, ch'io non gli habbia previsti, o ch'io non m'habbia dei suoi precetti curato, si come in altre mie compositioni, & altri soggetti spero alcuni dì farti vedere se la presente opra havrà gratia appresso di chi bramo. Tuttavolta io m'hò forzato regolarla in quanto hà comportato la difficultà della inventione, si come non pure il dotto, ma colui, c'havrà mediocre spirito d'intelligenza potrà andar bilanciando, e conferendo, pur se ti par, che si manchi di quella severità, e religion Poetica, ch'ad opre ordinarie è debita la novità dell'opra, e la tua gentilezza mi scusi, perchè quì non s'attende altro, se non la nostra gloria, e'l tuo diletto insieme, per ciò non mi s'imputi à difetto, che'l tutto è stato per elettione, non per sciocchezza, o ignoranza; e la cagion di tal elettione non fu prosumenza, ma disio di rinovar al mondo le lodi di S. A. e la comun nostra allegrezza: mi mosse anco à questo il loco, dove credea (dui anni sono, che l'hò composta) farla in presenza di S. A. recitare, che fu la mia quasi seconda Patria Nobilissima Messina, dove le grandi, & honorate rappresentationi, fra l'altre sue generose attioni, sono molto in uso, aiutando à questo quei Signori, che la reggono con particular cura, e debbito dispendio per diletto del Popolo, & honor della Città; la qual perche fu porto, e colonia dell'Armata, ove s'unì, onde si partì, e dove vittoriosa tornò, e che con suntuoso ponte ricevè S. A. Duce nel'andare, e con una statua di metallo l'honorò vittoriosa nel tornare, havria per suo decoro à questo sodisfatto à pieno con ogni geno di splendore, se novi accidenti non s'havessero trapposti à comun disturbo. Prendi tu dunque Amorevol Lettore la presente opra con quella amorevolezza, con la quale io per essa ho procacciato il tuo diletto: nè vò che l'habbi per grande, e mostruosa; ma per primo saggio della mia giovenezza, e per primo pegno de'miei brevi studi: che se con gli anni s'avanzano l'industrie, spero con altre fatiche se non soddisfarti, a'meno aggradirti. Ma come che son sollecitato di far questa prima edittione con gran fretta; e d'alcune cose, che non mi fosseno occorse, e d'alcuni Cavalieri principali, mi verrà ricordato, sarà fatta mentione di loro alla seconda editione. Vivi lieto.
 
 

 ALLA S. DUCHESSA DI NOCERA

DI CESARE TOMEI
 
 

SPIRTI felici, il cui valor secura
Rende la gloria altrui dal crudo scempio
D'ingorda Morte, sì ch'al suo morso empio,
Et la fama, e l'honor si invola, e fure.

Accingetevi à l'opra, à la scoltura
D'un nuovo, eccelso, e honorato tempio,
All'effigie d'un nume, al vero esempio
D'un miracolo immenso di Natura.

Qui marmi d'alto stile, e di concetti
Saldi metalli, e qui fregi, e lavori
Gite intagliando di pensieri eletti.

Qui non Theti, Latona, Iside, e Cheori,
Ma immortal Dea sotto mortali effetti
GIOVANNA CAStriota il mondo honori.

Che porgerà al mio stile arte, e dolcezza,
Che sia questa Dea pari al valore,
Nata di semidei, al cui splendore
Aggiunge ella col suo lume, e chiarezza?

Per dir quanta le diè Giove grandezza,
Minerva ingegno, e Cinthia casto amore,
Eloquentia Mercurio, e Phebo honore,
Lucina prole, e Citherea bellezza.

per dir come con opre honeste, e grate
GIOVANNA giovi al mondo, e serbi intiero
Di vera gloria il pregio in questa etate.

Quando grandezza, ingegno, amor sincero,
Eloquenza, e honor, prole, e beltate
Fan GIOVANNA felice, il mondo altero.


 


 
 
LEPANTO E DINTORNI
 di  Salvatore Libertino
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