Francesco Barbieri

 

FRANCESCO BARBIERI

l’ANARCHICO DEI DUE MONDI

 

di Antonio Orlando

 


Il nome di Francesco Barbieri viene quasi sempre associato a quello di Camillo Berneri poiché, purtroppo, li accomuna una tragica e triste fine. I due anarchici italiani vennero, infatti, brutalmente assassinati durante i moti di Barcellona, nel maggio del 1937. Di fronte, però, alla figura di Berneri, docente di filosofia all’Università di Camerino, prima e di Firenze poi, finissimo e coltissimo scrittore nonché dirigente di livello internazionale del movimento anarchico, Barbieri passa in secondo piano. Questo anarchico calabrese viene menzionato di sfuggita, spesso senza fornire altre indicazioni e, in taluni casi, fornendo, anzi, notizie distorte, malevoli e volutamente false. Si dà l’impressione a chi legge che Barbieri sia capitato lì per caso e che, accidentalmente e malauguratamente si sia trovato al fianco di Berneri, in un posto che non gli competeva. Al contrario la vicenda umana di Barbieri è ricca di esperienze politiche forti ed attraversa una serie di itinerari dell’anarchismo mondiale, culminando poi, ma era pressoché inevitabile, nella grandiosa epopea della “rivoluzione anarchica” spagnola del 1936.

Francesco Barbieri nacque a Briatico (all’epoca provincia di Catanzaro) il 14 dicembre del 1895, da Giovanni e da Domenica Arena. In quegli anni Briatico è considerato dal Touring Club Italiano, comune di importanza turistica ed è qualificato come “rinomata stazione balneare” di  interesse generale1. Nel Catalogo delle bellezze naturali d’Italia, pubblicazione dello stesso T.C.I. dei primi anni del secolo, tra i centri meritevoli di essere visitati, viene indicato Briatico in quanto, tra l’altro, comune dotato di strutture alberghiere, fornito di servizi e sede del Console del T.C.I.

La cittadina è molto ospitale e la popolazione, in rapporto alle condizioni generali della regione, gode di un relativo benessere. La famiglia di Francesco, che, naturalmente, tutti chiamano, “Ciccio”, può definirsi benestante, anzi “senz’altro piuttosto agiata”2. Barbieri frequenta regolarmente la scuola fino a conseguire la licenza media e poi decide di iscriversi all’Istituto Tecnico Agrario. Da studente della scuola superiore entra in contatto con i socialisti, anche se si sente più attratto verso gli anarchici, che avverte essere più combattivi, più tenaci e meno disposti al compromesso. Consegue il diploma di perito agrario o, per meglio dire, di “agrimensore”, nel 1914, alla vigilia della prima guerra mondiale.

Il movimento anarchico in Calabria non ha una struttura organizzata e può contare solo sulla presenza di singole personalità o su intellettuali che si affidano più alla propaganda orale che ad un’azione politica continua ed organica3. La propaganda antimilitarista e le manifestazioni contro l’entrata in guerra dell’Italia, tuttavia, avvicinano tutti i “sovversivi” di qualsiasi tendenza e Barbieri si segnala tra quei giovani più radicalmente contrari alla guerra4. La sua fede anarchica si rafforza ancora di più anche perché ha instaurato contatti con un giovane anarchico, originario di Briatico, Antonio Pietropaolo, da tempo stabilitosi a Milano5, il quale provvede ad aggiornarlo e gli invia notizie, materiale di propaganda e libri. La polizia, però, ha cominciato a tenerlo d’occhio e lo ha schedato come “sovversivo”, “anarchico” e “disfattista”.

Nel tentativo di sfuggire ai controlli polizieschi modifica la vocale finale del suo cognome, trasformandolo in Barbiere e creando così ad arte un equivoco che, in seguito e più volte, lo salverà dalla galera. Inoltre, pur di sottrarsi, in qualche modo, alle pressioni dei poliziotti si fa passare per un modesto e semplice “calzolaio” arrivando ad affermare di essere analfabeta.

Nel 1921, poco prima dell’avvento del fascismo, parte per l’Argentina e si stabilisce a Buenos Aires. L’Argentina è una delle mete preferite degli esuli antifascisti, specialmente di fede anarchica, perché qui, più che in ogni altro paese sudamericano, si è radicata la presenza del movimento anarchico. Pietro Gori, Enrico Ferri ed Errico Malatesta hanno diffuso, a partire dagli ultimi anni del secolo scorso, le idee libertarie non solo tra gli emigrati di origine italiana, ma anche tra i cittadini di lingua spagnola6.

 

Il dibattito sull’”anarchismo criminale”

 

Barbieri si lega subito agli ambienti degli anarchici italiani ed entra poi in contatto con i compagni argentini, brasiliani e spagnoli. Apprende rapidamente un’altra lingua ed un nuovo mestiere: quello del tipografo; attività che gli consente di partecipare direttamente al dibattito politico e di entrare nel vivo della lotta politica.

Agli inizi degli anni ’20 la situazione politica in Argentina è, a dir poco, incandescente.

Nel gennaio del 1919 lo sciopero organizzato dal Sindacato dei metallurgici viene represso, per ordine dello stesso Presidente Hipolito Yrigoyen7, dall’esercito con le armi. Tutta la popolazione di Buenos Aires insorge allora contro l’esercito ed i soldati sparano sui dimostranti facendo diversi morti. Gli scontri che durano dal 7 al 14 gennaio passano alla storia come “La Semana tragica8.

La reazione degli anarchici non si fa attendere. Il 19 maggio 1919 tre esuli russi, anarchici, Radowitzky, Karaschin e Romanoff eseguono la prima rapina a scopo politico, con morti e feriti, avvenuta in Argentina9. Con questo gesto inizia l’epopea, tragica e sanguinosa, degli “anarchici espropriatori”, di cui Barbieri, ben presto, diverrà uno dei maggiori esponenti.

L’attività criminale non è pensata come fine a se stessa, bensì come strumento, come mezzo per reperire i fondi necessari a finanziare azioni, organizzate e coordinate, di lotta armata. Si ripropone, anche in Argentina, il dibattito che, in Europa e negli Stati Uniti, sta dividendo, giusto nello stesso periodo, il movimento anarchico. La discussione, che assume, a volte, toni fortemente accesi, verte sull’impiego della violenza, degli esplosivi e delle armi nell’azione politica. Non ci sono spazi per mediazioni o intese; la scelta fatta dagli “espropriatori” è talmente netta che genera insanabili fratture all’interno del movimento. Alcuni dei protagonisti (Jules Bonnot, Renzo Novatore, Sante Pollastri, Severino Di Giovanni, Miguel Arcangel Roscigna, Paco Ascaso e Buenaventura Durruti) si spingono su posizioni di così aperta sfida all’ordine borghese da rendere impossibile qualsiasi ritorno indietro. Tant’è che molti pagheranno con la vita una scelta così radicale e gli altri o languiranno in carcere o moriranno, armi in pugno, nella guerra di Spagna.

Il terrore che la famigerata “banda Bonnot” semina nella Francia della “belle epoque” non trova giustificazione alcuna, né quei vaghi ed indefiniti ideali anarchici, che il suo capo sbandiera a gran voce, sono sufficienti a legittimare una, sia pur presunta, connotazione politica di questo gruppo, che può definirsi, nonostante tutto, come il prototipo dell’anarchismo criminale10.

Quel che Jules Bonnot, persona molto intelligente e sensibile, è riuscito a mettere in evidenza sono le eclatanti contraddizioni di una società borghese ricca, corrotta, ancora bigotta, falsamente progressista e spudoratamente marcia. Saranno quel grande macello che è la prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’ottobre, prima rivoluzione proletaria a riuscire vittoriosa, a far esplodere le contraddizioni ed a ridare agli anarchici gli stimoli necessari a proporre un’azione fortemente libertaria e perciò con finalità catartiche11.

D’altra parte l’avvento al potere dei bolscevichi, che tante aspettative e speranze aveva suscitato, riserva agli anarchici solo una brutale repressione che si traduce in stragi, incarcerazioni, persecuzioni ed esilio. Molti anarchici si convincono che è necessario combattere contro qualsiasi potere costituito ed innanzitutto proprio contro quello che si colora di rosso12.

Per questo, a maggior ragione, alcuni anarchici ritengono sia indispensabile riprendere la lotta armata all’interno degli stessi Stati borghesi per realizzare un’autentica rivoluzione e non solo quella parodia trosko-leninista attuata proditoriamente in Russia.

Il dibattito si fa molto più ingarbugliato perché alcuni anarchici, specialmente italiani, introducono nella discussione tematiche di natura prettamente “individualista” e sono portati a esaltare il gesto individuale, l’affermazione dello Spirito del singolo, la glorificazione dell’Azione. “La mia libertà – scrive Renzo Novatore13 in un articolo che, non a caso s’intitola L’espropriatore e che può essere considerato il manifesto del movimento (se così si può dire) – e miei diritti sono tanti quanto la mia capacità di potenza. Anche la felicità e la grandezza l’avrò solo in misura della mia forza. L’Espropriatore è la più bella figura maschia, spregiudicata e virile che io abbia incontrato nell’anarchismo14.

Di fronte a queste affermazioni che scivolano verso il dannunzianesimo, che sembrano strizzare l’occhio ai futuristi e che finiranno in un delirio nichilista e paranoide15, la reazione di un intellettuale libertario come Camillo Berneri è molto decisa e ferma. La sua non è una condanna aprioristica della violenza quale strumento di lotta politica ma è, senza mezzi termini, una presa di distanza dall’esaltazione della violenza come fine a se stessa e come atto di libertà.

La mia libertà – scrive Berneri – è la mia forza. Quanto più sono capace di volere e quanto meglio è diretto il mio volere tanto più sono libero. All’autorità delle gerarchie basate sulla violenza e sul privilegio anteponiamo quella delle gerarchie tecniche, agenti per utilità generale e formatesi liberamente. L’autorità è libertà quando l’autorità sia mezzo di liberazione ma lo sforzo antiautoritario è necessario come processo di autonomia16.

La reazione di Novatore e veemente, volgare ed offensiva17 e tende a tracciare un solco incolmabile tra due diverse concezioni dell’anarchia, secondo lui, assolutamente inconciliabili.

In realtà gli esponenti più maturi e consapevoli del movimento anarchico stanno cercando di saldare le due anime dell’anarchia per organizzare una reazione adeguata al fascismo imperante ed alla reazione dei governi borghesi, impauriti dal trionfo bolscevico.

L’esempio spagnolo con la formazione di un forte, vasto ed agguerrito sindacato di massa, la C.N.T., Confederacion Nacional del Trabajo18, con accanto un’organizzazione di tipo federato (la futura F.A.I. – Federacion Anarquista Iberica) cui sono demandate le azioni politiche più compromettenti e complesse, rappresenta il modello di organizzazione anarchica meglio rispondente alle esigenze politiche del momento19. Non si tratta tanto di incanalare la violenza e le azioni individuali e neppure viene auspicato una sorta di “coordinamento centralizzato”, ma si cerca di strutturare l’attività politica, compresi gli attentati, gli omicidi, le rapine, gli “espropri”, in un ambito di “reazione di massa”, quale risposta alla violenza borghese per riaffermare la libertà sostanziale del proletario, del diseredato e dell’emarginato.

L’azione violenta del singolo diventa irresponsabile, inutile ed improduttiva quando si sprigiona come puro e semplice istinto naturalistico e si fonda “… su torbidi propositi irrazionali di segno ultraindividualistico ed estetizzante20. Gli anarchici espropriatori, in questo contesto, non vengono ignorati, ma non vengono ripudiati21, anzi viene riconosciuto loro il ruolo propulsivo delle minoranze agenti che, grazie al loro sacrificio, modificano il corso della storia. Non bisogna, però, enfatizzare oltre misura “il gesto eroico” perché questo porterebbe alla riaffermazione di una cultura della gerarchia e del dominio. E il dominio, questa volta, sarebbe quello della violenza assoluta e pura22.

 

 

E’ necessario, tuttavia, che, nella fase di transizione verso la rivoluzione, gli anarchici elaborino, anche di volta in volta, quelle risposte politiche che servano non a riaffermare un presunto e sterile “protagonismo anarchico”, bensì una strategia, complessa, articolata e flessibile, che leghi il movimento alla realtà storica, sociale ed economica del momento e lo colleghi ad altre forze ugualmente “sovversive”. Al di fuori ed oltre un simile contesto, indipendentemente dai limiti tracciati da Berneri e da altri anarchici suoi contemporanei, tra cui la lituana Emma Goldman, diventa incomprensibile ed inspiegabile la scelta operata in Italia., in Francia, negli Stati Uniti, in Spagna, in Argentina ed in Brasile dagli “anarchici espropriatori”23.

 

L’epopea argentina

 

Quando Francesco Barbieri sbarca a Buenos Aires nell’aprile del 1921, il paese, a distanza di due anni della Semana Tragica, è di nuovo in subbuglio. I contadini ed i braccianti della immensa Patagonia sono in sciopero ed hanno osato occupare alcuni grandi latifondi. La repressione si abbatte con inaudita violenza su un movimento vasto ma spontaneo, al cui interno gli anarchici sono grande parte. Il Presidente proclama lo stato di guerra ed autorizza l’esercito ad intervenire nella regione come se si trattasse di un territorio nemico. Vengono istituiti dei tribunali militari, che applicano, con rigore e con accanimento, la legge marziale, pronunziando, in pochissimi giorni, centinaia di condanne a morte. Si calcola vengano uccise non meno di 4.500 persone24. L’anno dopo, nel 1922, vince le elezioni presidenziali Marcello T. Alvear, esponente della destra dell’U.C.R. e rappresentante degli interessi del grande capitale straniero, specialmente inglese. L’azione repressiva si accentua e si estende anche ai partiti e movimenti della grande città.

Un giovane italiano, sradicato dalla sua terra, come Barbieri, viene, perciò, catapultato direttamente ed improvvisamente nel fuoco di una lotta politica aspra e senza esclusione di colpi, all’interno di un paese straniero, retto da un governo fortemente ostile nei confronti degli esuli politici. Ad ognuno dei militanti viene richiesto di schierarsi e, soprattutto, di accettare di combattere su tutti i fronti aperti. Infatti, gli anarchici italiani devono, contemporaneamente, manifestare la loro più intransigente opposizione al regime fascista, che cerca di insediarsi nella numerosa comunità italiana, e collaborare con i compagni sudamericani contro questa repubblica oligarchica, tutt’ora complice e vittima dell’imperialismo.

Il movimento anarchico argentino, all’inizio degli anni ’20, appare diviso in due tronconi. Da una parte ci sono i “protestisti”, che si raccolgono intorno al prestigioso giornale “La Protesta”, diretto da Diego Abad de Santillan, esule spagnolo; dall’altra ci sono “gli antorchisti”, che fanno capo al giornale “La Antorcha”. Il primo gruppo è costituito da intellettuali e da anarcosindacalismi e può vantare massicce presenze nei sindacati dei metallurgici, dei panettieri, dei braccianti e dei portuali. Essi sono contro gli espropri politici e contrari ad un uso indiscriminato della violenza nell’azione politica; tutt’al più arrivano ad ammettere l’opportunità di qualche attentato puramente dimostrativo e simbolico.

“Gli Antorchisti” non costituiscono un vero e proprio gruppo organizzato. Il giornale può dirsi il portavoce semiufficiale di una galassia di piccoli e piccolissimi gruppetti di anarchici che praticano “le espropriazioni” e cioè ricorrono alle rapine e, se è necessario anche all’omicidio, per finanziare la loro attività. Essi sono contrari a qualsiasi potere costituito ed odiano il nuovo governo bolscevico quanto odiano i governi borghesi.

L’unico punto di contatto tra gli anarchici delle opposte tendenze e gli altri partiti di sinistra è rappresentato proprio dal “Comitato Antifascista Italiano” di Buenos Aires, dentro il quale riescono a convivere le diverse anime politiche ed a cui fanno capo, indistintamente, tutti gli oppositori italiani. Tramite il C.A.I. il nostro Ciccio comincia ad inserirsi nella società argentina. Nel 1924 è tra gli organizzatori della contestazione alla crociera della motonave “Italia”, un’iniziativa, (cui ne seguiranno molte altre) fortemente voluta da Mussolini, per propagandare tra gli emigrati italiani l’immagine di una Italia in via di fascistizzazione25.

Miguel Arcangel Roscigna

Ma è con l’arrivo di Severino Di Giovanni (maggio 1923) e di Miguel Arcangel Roscigna26 che l’attività degli espropriatori ha un’accelerazione frenetica.

Barbieri stringe subito un forte legame con Di Giovanni, Roscigna, Silvio Astolfi, Nicola Recchi, Umberto Lanciotti ed i fratelli Alejandro e Paulino Scarfò, di origini calabresi. Dapprima costituiscono un gruppo che si denomina “L’Impulso” con un organo di stampa omonimo, poi Di Giovanni si distacca e, quasi da solo, fonda, scrive e stampa un suo giornale che si chiama “Culmine”, al quale collaborerà, dalla Francia, pure Berneri.

Le prime azioni sono di natura dimostrativa, come la famosa protesta al Teatro Colon (6 giugno 1925) durante i festeggiamenti in onore del re d’Italia per i suoi venticinque anni di regno. Poi si passa ad attentati dimostrativi, con rudimentali ordigni, contro obiettivi americani in occasione delle manifestazioni di protesta a favore dei due anarchici italiani Sacco e Vanzetti. Barbieri è molto attivo nel Comitato Argentino Pro Sacco e Vanzetti e Di Giovanni, con l’occasione, diventa corrispondente dal Sud America per “L’Adunata dei Refrattari”.

La necessità di fondi per poter condurre una vita votata alla clandestinità ed alla guerriglia urbana, spinge i giovani del gruppo alle rapine di banche, portavalori, gioiellerie e grandi aziende. In un solo giorno, nel gennaio del 1926, ne mettono a segno tre e diventano così importanti da rappresentare il punto di riferimento per tutti gli altri gruppi di espropriatori che si vanno formando sul loro esempio. Senza l’appoggio ed il sostegno, logistico e materiale, di Barbieri e Di Giovanni, il famoso “raid sudamericano” di Durruti e Ascaso della primavera del 1926 non sarebbe riuscito27.

Paulino Scarfò

L’esecuzione, nell’agosto del 1927, di Sacco e Vanzetti convince il gruppo di Di Giovanni che è giunto il momento di passare ad attentati di ben altra portata ed effetto. Gli obiettivi non possono più essere simbolici poiché “il nemico”, giustiziando i due anarchici italiani, ha dichiarato guerra. Tra l’agosto del 1927 ed il maggio del 1928, Severino esegue più di venti attentati, a confezionare le bombe ci pensa, con una certa perizia, Francesco Barbieri. L’attentato che più scuote l’opinione pubblica è quello al Consolato italiano. E’ il 3 maggio del 1928: un giovane biondo, elegantemente vestito di nero, scende da una macchina con una valigetta ed entra nei locali del Consolato italiano. L’atrio è affollato perché centinaia di emigrati aspettano il visto per poter rientrare in patria. L’intenzione di Severino è di portare la bomba fin dentro la stanza del Console, chiuderlo dentro a viva forza e lasciare che l’ordigno esploda. Per una serie di tragicomici imprevisti, Severino è costretto a salire e scendere le scale due o tre volte, nonché entrare ed uscire dal Consolato. C’è il rischio di essere riconosciuto da qualche connazionale, senza contare che il sistema di innesco, inventato da Ciccio, è molto delicato e fragile dato che la nitroglicerina può farlo saltare da un momento all’altro. Alla fine la bomba viene lasciata giusto nell’atrio, accanto alle scale.

E’ un macello: 9 morti e 34 feriti gravi.

La polizia si scatena, anche perché Mussolini in persona interviene sul governo argentino e pretende la cattura e l’estradizione dei colpevoli. Gli stessi giornale anarchici, questa volta, non sono disposti a compromessi, perfino “L’Antorcha” esita di fronte a tanti morti. “La Protesta”, il 26 maggio, pubblica un editoriale intitolato Scuola della violenza, nel quale non solo prende le distanze dagli attentatori, indicati sicuramente come anarchici italiani, ma afferma che “il terrorismo non è anarchismo, anche se un certo tipo di azioni individuali potrebbero essere messo in relazione con alcune manifestazioni dello spirito di vendetta che porta uomini dal temperamento eccitabile ad attuare, per conto proprio, rappresaglie contro i più vistodi responsabili di un crimine collettivo28.

Il gruppetto degli italiani si disperde. Di Giovanni, protetto dalla famiglia Scarfò, si rifugia in uno dei paesini del Rio della Plata, mentre Barbieri, attraverso l’Uruguaj, passando per Montevideo, ripara in Brasile e si sistema a San Paolo. Ciccio, che gli amici argentini, chiamano “Chico il professore”, è sicuro di non aver lasciato tracce in quanto il suo “laboratorio” si trova in un piccolo paesino, Lomas del Mirador, nell’immediata e sterminata periferia della capitale argentina. E’ un paesetto insignificante, situato in mezzo ad una pianura fangosa, fatta di campi seminati in cui pullulano, costruite di recente, delle fornaci di mattoni. Non vi sono strade asfaltate e la via principale ha uno sconnesso selciato e a malapena si sa che esiste questo agglomerato di case.

Qui in via del Progresso n. 628, in una casa che sembra un’innocua fattoria, Ciccio ha installato il suo laboratorio, che altro non è che un deposito di esplosivi, una specie di santabarbara. E’ quasi impossibile scoprirlo. Il caso, però, si diverte, sotto forma di un coniglio, che, scappato dal controllo del suo padrone, viene inseguito, per i campi, dal figlio di questi, Eugenio Tomè, un ragazzino di una diecina d’anni. Il coniglio finisce nel cortile della casa di Via del Progresso al n. 628. Il ragazzino recupera il suo coniglio e, colto da curiosità, di fronte a quella costruzione completamente ed ermeticamente chiusa, con i vetri delle finestre coperti da fogli di giornale, comincia a gironsolarci intorno nella speranza di trovare un varco. Forza la porta della cucina e, improvvisamente, una fiammata e poi una fortissima esplosione. Il bambino fugge incolume, ma i vicini, allarmati, avvertono la polizia. Quando gli uomini della squadra speciale entrano trovano di tutto: candelotti di dinamite, gelinite, polvere nera, acido nitrico, clorato di potassio e quanto altro possa servire a confezionare bombe di ogni tipo. In più, la casa non è saltata in aria per puro accidente in quanto protetta, se così si può dire, da un sistema di antifurto fatto di ben cinque bombe per ogni porta, collegate tra di loro e che dovrebbero esplodere non appena si apre una delle due porte centrali. Il sistema non è esploso per puro caso o, forse, a causa dell’eccessiva umidità.

Severino Di Giovanni al Tribunale che ne sentenzierà la pena di morte

La scoperta del laboratorio indirizza le indagini inequivocabilmente verso gli italiani che, grazie anche ad una serie di testimonianze e di riconoscimenti, vengono tutti identificati.

Barbieri non può più rientrare in Argentina, anzi è segnalata la sua presenza sia alla polizia uruguaiana che a quella brasiliana. Nei pochi mesi in cui dimora in Brasile29, Ciccio svolge un’intensa attività di tipografo anche perché devono rimarginarsi le piaghe e le bruciature che gli acidi gli hanno provocato alle mani, altrimenti queste “stimmate” saranno una prova inoppugnabile a suo carico.

Dopo mesi di ricerche, di appostamenti e di pedinamenti, la polizia brasiliana riesce a catturarlo all’uscita da una tipografia. Tuttavia, grazie all’intervento di un avvocato vicino agli anarchici, ottiene di essere espulso dal paese e non viene, per sua fortuna, estradato in Argentina.

 

L’intermezzo europeo

 

Ciccio giunge in Italia verso la fine del 1929 e si sistema a Zambrone, piccolo comune a pochi chilometri dalla natia Briatico. Non può, certo, stare molto tranquillo sia perché è pur sempre ricercato e sia perché è nota alla polizia la sua attività di antifascista. Viene arrestato, processato e condannato ad un anno e sei mesi di reclusione. Riesce, però, con un audace colpo, a fuggire e nel febbraio del 1930 raggiunge Marsiglia. La presenza in Francia è sicura perché, sfortunatamente, nel marzo del 1930, viene condannato dal Tribunale di Tolone ad otto mesi di reclusione con l’accusa di detenzione di documenti falsi. Sconta qualche mese di carcere, ma non viene espulso dal paese30. La polizia fascista è sulle sue tracce e, da questo momento, non lo perderà di vista. Barbieri saprà, tuttavia, ben districarsi e parecchie volte riuscirà a sfuggire ai controlli ed ai pedinamenti dell’O.V.R.A., la polizia segreta fascista. Gli anni della clandestinità e della guerriglia a Buenos Aires si rivelano preziosi e Ciccio mette subito a disposizione del movimento tutta la sua esperienza e tutte le sue conoscenze sia organizzative che tecniche, specialmente per quel che riguarda la fabbricazione e l’impiego degli esplosivi e l’uso delle armi. La sua capacità di mimetizzarsi e di scomparire quasi nel nulla gli consente di rimanere in Francia proprio negli anni in cui le nuove leggi sull’emarginazione e sui rifugiati politici consentono al governo di espellere dal paese decine di anarchici31.

Allo stesso tempo, Barbieri è uno dei pochi in grado di assumere delle contromisure pratiche ed efficaci contro le frequenti infiltrazioni di spie, assoldate dai fascisti e contro una crescente delazione, favorita ed incoraggiata, anche mediante forti somme di denaro, dalle stesse autorità consolari e diplomatiche italiane32. Gli anarchici sono i più colpiti da queste sordide manovre, tanto che Berneri è costretto a denunciare pubblicamente l’opera di sistematica demolizione dall’interno che la polizia fascista sta effettuando ai danni di singole personalità o di gruppi organizzati di anarchici33.

Uscito di prigione, Ciccio va a Lione dove ricomincia a fare il lavoro di tipografo ed entra a far parte del Circolo anarchico “Sacco e Vanzetti”. Per più di un anno riesce a vivere tranquillamente fino a quando, nel settembre del 1931, viene riconosciuto e segnalato al Consolato italiano. Si sposta subito a Marsiglia ma, oramai, anche la polizia francese è sulle tracce ed infatti lo arrestano nel 1932. Questa volta i documenti sembrano perfetti tanto che Ciccio si permette di giocare sulla vocale finale del suo cognome. Afferma di chiamarsi Barbiere e non Barbieri e la fortuna è dalla sua perché ci sono altri due antifascisti italiani che si chiamano Francesco Barbieri, uno socialista di Tortona e l’altro comunista di Reggio Emilia e poi ci sono un Barbieri Fortunato di Piacenza ed un Barbieri Ernesto di Cesena, pure antifascisti e comunisti. Ciccio, naturalmente, non può essere a conoscenza dell’esistenza di questi suoi omonimi, ricercati dai fascisti, ma quella “e” finale è sufficiente a convincere la polizia francese che lui è un’altra persona34. Si salva dall’espulsione per motivi politici, ma non da una nuova condanna per detenzione di documenti falsi. Dopo tre mesi di carcere, riesce ad evadere.

A questo punto non può più rimanere in Francia, perciò, si rifugia in Belgio e poi, su consiglio dei suoi stessi compagni, ripara a Ginevra dove c’è la sede della Federazione Anarchica Internazionale. Gli vengono affidati delicati incarichi di collegamento tra i diversi gruppi di fuoriusciti per cui deve spostarsi continuamente da una città all’altra. Questo andirivieni insospettisce la polizia elvetica che lo arresta nel novembre del 1934. Viene condannato per possesso di documenti falsi e per ingresso clandestino nello stesso svizzero; sconta qualche altro mese di carcere e poi viene espulso dal paese.

 

In Spagna, nella nuova patria dell’Anarchismo

                                                                  

Ciccio Barbieri viene espulso dalla Svizzera nell’ottobre del 1935, quando si tiene a Parigi, voluto da Berneri, il Convegno d’Intesa degli Anarchici Italiani emigrati in Europa35, alla cui organizzazione lui stesso, sia pure indirettamente, aveva collaborato.

L’unico posto dove può dirigersi è la  Spagna, non resta altro. Il movimento anarchico spagnolo è cresciuto ed inoltre la situazione politica sta evolvendo in maniera molto positiva. E poi, non va dimenticato, che a Barcellona ci sono i suoi amici del periodo argentino, Durruti e Ascaso, che adesso, a giusta ragione, possono essere considerati i capi dell’anarchismo adesso, a giusta ragione, possono essere considerati i capi dell’anarchismo spagnolo. Inoltre gli italiani Gozzoli, Bruzzi, Castellani e Damiani, espulsi dalla Francia, hanno organizzato, fin dal 1931, a Barcellona, con l’appoggio della F.A. Iberica, un “Ufficio di Corrispondenza Libertario”, in grado di fornire assistenza ed aiuto a tutti gli anarchici che giungono in Spagna.

Ciccio arriva a Barcellona alla fine di ottobre del 1935. Forse ha bisogno di riposo o forse è opportuno che, per qualche tempo, scompaia veramente dalla circolazione, considerato che l’O.V.R.A. ha in Spagna più occhi ed orecchie che altrove; fatto sta che si sistema a Palma di Majorca. Qui, con grande impegno e fortissimi sacrifici, anche con l’aiuto di alcuni connazionali36, avvia un’attività commerciale nel campo dei prodotti agricoli locali, vino, olio e agrumi. Non riesce, tuttavia, a staccarsi completamente dalla lotta politica per cui compie parecchi viaggi a Barcellona, approfittando anche del fermento suscitato dall’avvio della campagna elettorale per le imminenti elezioni. Nel febbraio del 1936, durante una breve permanenza nella capitale catalana, proprio nel periodo pre e post-elettorale, viene notato dalle spie fasciste e la sua presenza viene segnalata all’Ambasciata di Madrid. Il suo nome viene immediatamente inserito in un elenco di antifascisti italiani, residenti in Spagna e ricercati dall’O.V.R.A., che l’ambasciata italiana provvede a trasmettere alle autorità spagnole. Le persone segnalate vengono definite “individui sospetti e pericolosi… criminali senza scrupoli e privi del ben che minimo senso morale”.

Così, quando nel marzo del 1936, Ciccio ritorna a Barcellona, con una scusa banale, viene fermato ed arrestato insieme con una diecina di italiani. Mentre, dopo un sommario interrogatorio, quasi tutti gli altri vengono rilasciati, lui viene rinchiuso in carcere e rinviato a giudizio. Si mobilitano, in suo favore, tutte le organizzazioni anarchiche catalane e spagnole dalla C.N.T., alla F.A. Iberica, alla L.I.D.U. – Lega Internazionale dei Diritti Umani -, compreso il Comitè pro presos. E’ un coro di proteste immenso. Una valanga di telegrammi, senza esagerazione, giunge da tutto il mondo sulla scrivania del Presidente Azana, il quale l’11 aprile 1936 acconsente a firmare l’ordine di scarcerazione.

Ciccio non può fare altro che ritornare clandestinamente a Ginevra.

 

Di nuovo in Spagna per la Rivoluzione libertaria

 

La polizia elvetica non fa in tempo ad accorgersi che Barbieri è rientrato a Ginevra che, giunta la notizia del golpe franchista, questi riparte immediatamente per la Spagna. Insieme a lui ci sono un gruppo di compagni svizzeri e gli italiani Angelo Mantovani, Domenico Ludovici, Carlo Castagna, Attilio Bulzamini, Vincenzo Bottoni, Randolfo Vella e Fosca Corsinovi, che, da qualche tempo, è la compagna di Barbieri37.

Camillo Berneri

Ciccio arriva a Barcellona negli ultimi giorni di luglio e, più o meno nello stesso periodo, arriva Camillo Berneri. Barbieri è molto conosciuto e, senza esitazioni, viene ammesso a far parte degli organismi della F.A. Iberica. I compagni italiani, che lo conoscono bene, Virgilio Gozzoli, Fosco Falaschi e Celso Persici, lo chiamano subito a far parte del Comitato, diretto da Berneri, che insieme con Carlo Rosselli, Angeloni e Calosso, sta trattando con De Santillan e Durruti la formazione di una colonna di combattenti italiani da inserire nelle Milicias Antifascistas Calalanas. La Colonna, denominata “Francesco Ascaso”, si costituisce nei primi giorni di agosto e la sera del 19, al termine di una festosa cerimonia, parte per il fronte. Comandante militare è nominato Angeloni; Commissario politico, Berneri; a Barbieri viene affidato un incarico, alle dirette dipendenze di Berneri, che potremmo chiamare, in gergo militare, di “aiutante di campo”. Camillo non ha dimestichezza con le armi, le trincee, gli esplosivi, gli ordini militari, le tattiche di difesa e di assalto per cui Ciccio sembra il naturale, logico completamento di questa nuova ed affascinante fase di lotta politica. Barbieri ha un carattere forte, è allegro, gioviale, infonde fiducia e coraggio, assume quasi, lui che ha appena due anni in più di Camillo, un ruolo protettivo e paterno nei confronti dell’illustre intellettuale. Diventa per Berneri una guida ed un sostegno indispensabili poiché questi, meticoloso e severo, prima di tutto con se stesso, come sempre, vuole svolgere il suo incarico fino in fondo. Il che significa che bisogna ispezionare le armi, visitare i feriti, verificare lo stato d’animo dei compagni, provvedere ai rifornimenti, nonché a tutte le cose minute di tutti i giorni e partecipare ai combattimenti. La comunanza di vita, la frequentazione continua, la stima reciproca, il grande e diverso prestigio di cui i due anarchici godono, l’uno, un grande intellettuale, l’altro, un uomo d’azione, coraggioso ed audace, tutti questi elementi messi insieme fanno sì che tra Camillo e Ciccio si stabilisca un rapporto di amicizia autentica, che si trasforma, nel giro di poco tempo, in un rapporto più che fraterno38.

E’ Barbieri che s’incarica di far eseguire gli ordini senza mai farli apparire tali. Ogni mattina, testimonia Giuseppe Garrido39arrivava… con una carta alla mano e un timido sorriso che illuminava il suo ampio volto di malato spirituale. Aveva sempre un incarico da compiere a favore di qualche compagno; si preoccupava della sorte di tutti, come un fratello maggiore incaricato di amabili sollecitudini”. Ciccio non usa toni imperiosi, non sfrutta il suo enorme prestigio, né la sua immensa fama e neppure vanta il suo passato e la sua antica amicizia con Durruti e Ascaso, non ne ha bisogno. E’ sufficiente che lui dia le istruzioni con quell’aria indolente da meridionale e con quel tono modesto e semplice di militante che ha guardato la morte negli occhi tantissime volte, per far sì che, quasi d’incanto, un meccanismo complicato, fatto di uomini e di cose, si metta in moto. Se in Argentina era “Chico il professore”, in Spagna diventa semplicemente ed affettuosamente, “Ciccio”, l’ufficiale di collegamento tra gli alti vertici e la base dei militanti. Solo lui è in grado di intercedere per tutti perché lo fa in maniera cordiale e sincera e può permettersi di domandare piccoli o grandi favori per gli altri poiché nessuno oserebbe rifiutarglieli. “Serviva i compagni – dice sempre Garrido – da fratello maggiore o da padre, sempre disposto e rassegnato a sopportare rimproveri”.

Tra i compagni era lui il più noto e, spesso, toccava a lui fare le presentazioni dell’illustre dirigente. Ciccio diceva semplicemente: “Ti presento Camillo Berneri”, ed era sicuro di aver detto tutto e che non c’era null’altro da aggiungere.

Dopo la battaglia di Monte Pelato, nell’agosto del 1936, ed un’altra serie di scaramucce e di combattimenti40, sia a causa delle gravi perdite (tra l’altro viene ucciso Angeloni)41, sia perché si ritiene opportuna una ristrutturazione della Colonna Ascaso, Berneri viene convinto a ritornare a Barcellona, dove lo attendono impegni non meno gravosi di natura politica, organizzativa e propagandistica. Del resto le sue condizioni fisiche non sono proprio ottimali: è affetto da una fortissima miopia, è quasi sordo dall’orecchio destro e soffre di reumatismi. Anche Ciccio non sta molto bene, ha avuto un attacco cardiaco, che ha dissimulato benissimo, ma che non è sfuggito all’occhio attento del medico della Colonna, l’italiano Ricciulli.

I due amici rientrano a Barcellona e vengono sistemati in un appartamento di via Layetana, che fa angolo con Plaza del Angel, di fronte alla Stazione del Metrò; con loro ci sono Mastrodicasa, Fantozzi, Fosca Corsinovi e Tosca Tantini. Berneri assume la direzione di “Guerra di classe”, organo della F.A.I. – Sezione Italiana, che si pubblica in tre lingue: italiano, spagnolo e francese, collabora, su richiesta di de Santillan e Durruti a “Tierra y Libertad”, organo ufficiale della F.A. Iberica, invia corrispondenza a “L’Adunata dei Refrattari” e, in inglese, a “Spain and the World”, tiene, tutti i giorni, una trasmissione a Radio Barcellona e presiede decine di Comitati. E Barbieri? Fa tutto il resto. Non è una battuta. Esaminiamo le cose con ordine.

Giovanna Caleffi, moglie di Berneri con le figlie Maria Luisa e Giliana

Innanzitutto è escluso che Ciccio si “la guardia del corpo” di Berneri. Questa idea la ritroviamo, come una “notazione en passant”, a dire il vero, nel saggio di Di Lembo42, ma si connota di ben altri significati in altri autori. Claudio Venza, in un suo saggio scrive: “La fine di Berneri accompagna quella di altri caduti del movimento italiano: da Francesco Barbieri, che condivideva l’abitazione con ‘Camillo da Lodi’ ad altri giovani libertari appena arrivati clandestinamente dall’Italia43. Ciccio, insomma, viene considerato alla stregua di un semplice “inquilino” di passaggio, trovatosi accidentalmente coinvolto, ed ignaro, come tanti altri giovani, in cose più grandi di lui. Umberto Tommasini, anarchico triestino, combattente in Spagna, del quale lo stesso prof. Venza ha curato la pubblicazione dell’autobiografia, afferma che Barbieri è un anarchico d’azione, presente in Argentina ai tempi di Severino Di Giovanni, ma, in realtà, non è altro che “un mezzo gangster” cui è stata affidata l’incolumità di Berneri44. Tra le righe si capisce, poi, che la fiducia è stata mal riposta, non riuscendo, come vedremo, Barbieri a proteggere il grande dirigente. A parte il giudizio sbrigativo, superficiale e cattivo, non è chiaro per quale motivo dirigenti anarchici così esperti come gli italiani Gozzoli, Persici, Bifolchi e Canzi, (per tacere d’altri) tutti provenienti dall’esilio e dalla clandestinità, e gli spagnoli de Santillan e Durrutti, che conoscevano Barbieri fin dai tempi dell’Argentina, avrebbero dovuto affidare l’incolumità di un preziosissimo intellettuale come Berneri, ad un uomo di più di quarant’anni che aveva appena manifestato i sintomi di una grave malattia cardiaca. C’erano a disposizione decine di giovani e prestanti militanti che avrebbero svolto il compito con molta cura e che sarebbero stati onorati di farlo. La verità è che Berneri avrebbe rifiutato con sdegno una simile offerta, reputandola un’offesa gravissima non per sé, ma per il movimento anarchico. Le funzioni di Ciccio Barbieri erano ben altre ed a documentarlo ci sono le lettere che Berneri inviava al Comitato della C.N.T., alla F.A.I. e alla Sezione Italiana della Colonna “Ascaso”.

In un suo rapporto del 28 settembre 1936 si legge. “Il caso Barbieri è molto imbarazzante per noi. Barbieri ha procurato medicinali ed armi, tante, mediante i suoi rapporti personali; si è interessato ad un’infinità di casi urgenti (documenti di circolazione, etc.) senza fare economie di energie, fino ad esaurirsi al punto di correre pericolo di morte in seguito a gravissimi disturbi cardiaci (sincope sulla strada); è attualmente incaricato della riscossione del soldo, pratica complicatissima; è l’unico che sia introdotto, che disponga di una vettura (vettura di un colonnello francese cui finge di fare da addetto!), che parli spagnolo. Difficilmente un altro può possedere queste capacità e disporre di queste possibilità e siamo certi che la sua assenza complicherà un’infinità di cose. Ad esempio è per l’intervento suo che l’ambulanza svizzera è rimasta a noi nonostante le manovre comuniste per averla45.

Non servono commenti. La controprova è data dal fatto che quando gli amici, i compagni o gli antifascisti, che sono rimasti in Francia o negli U.S.A. o in Inghilterra e in Svizzera scrivono a Camillo, per tutto quello che concerne aspetti pratici, organizzativi o finanziari si rivolgono a “Ciccio” e, spesso, allegano un foglio a parte nel quale danno conto della loro attività e dei finanziamenti che sono riusciti a raccogliere. In altre occasioni chiedono, sempre a Ciccio, suggerimenti, consigli, indicazioni sulle iniziative più idonee e più opportune46.

Quel che emerge con chiara evidenza, è che Barbieri gode di un’ampia autonomia di movimento nello svolgimento delle sue funzioni e, inoltre, è riuscito a costituire, nei fatti, una sorta di coordinamento tra i vari Comitati che si vanno formando a Barcellona e in tutta la Catalogna.

Emilio Canzi

Infatti quando il Comitato Anarchico di Difesa di Barcellona decide di costituire un “Comitato al fronte” e di ripartire gli incarichi all’interno dell’organismo cittadino, Barbieri viene, su esplicita richiesta di Berneri e Gozzoli, lasciato fuori e formalmente non gli viene affidato alcun incarico specifico47. In sostanza, è meglio lasciargli la più ampia libertà di manovra.

 

Un assassino politico

 

Dopo i primi mesi di guerra, le tensioni e le contraddizioni che si andavano accumulando all’interno del composito schieramento antifascista e, anche, dentro lo stesso movimento anarchico48, esplodono in tutta la loro virulenza dando luogo ad uno scontro fratricida ed esiziale proprio nel cuore della Catalogna rivoluzionaria, a Barcellona. Non c’è dubbio che, per certi versi, la contrapposizione tra le diverse “anime” della Sinistra è accentuata ed esasperata, ad arte, dalla non disinteressata ingerenza sovietica e il discorso ci porterebbe molto lontano49. Non è possibile qui, neppure per sommi capi, ricostruire gli avvenimenti del maggio del 1937 e, perciò, non si può far altro che dare per scontato che siano conosciuti e rinviare all’amplissima bibliografia esistente su questo tragico evento50.

Funerale dell'anarchico catalano Buenaventura Durruti a Barcellona

 

E’ noto che l’episodio che scatena gli scontri, nel corso dei quali ci saranno ben 500 morti ed oltre 1.400 feriti, è l’assalto alla Centrale Telefonica, controllata dalla C.N.T., da parte della polizia, che era di stretta osservanza comunista. Il tentativo avviene lunedì 3 maggio 1937, alle tre, circa, del pomeriggio, gli scontri poi proseguono per tutta la notte e nel giorno successivo.

Quello stesso giorno, alle venti, Camillo Berneri tiene a Radio Barcellona, controllata dalla F.A.I., un discorso di commemorazione per Antonio Gramsci51. E’ un discorso dai toni concilianti e non certo teso ad esasperare le contrapposizioni ideologiche, ma, alcuni punti dell’anarchismo, quali l’idea di “un’economia collettivista”, accompagnata da un “coordinato federalismo politico”, vengono ribaditi con fermezza. Poi gli eventi precipitano.

Ricostruiamo la sequenza degli avvenimenti seguendo le testimonianze di due principali protagonisti, Tosca Tantini, che abitava con Ciccio e Camillo, e Virgilio Gozzoli, che era co-direttore di “Guerra di classe” e responsabile del Comitato di Difesa Anarchica.

La mattina del 4 maggio, intorno alle 10, due persone, con un vistoso bracciale rosso, bussano all’appartamento degli anarchici italiani. Li riceve Tosca; chiedono di parlare con Barbieri e Berneri e quando Ciccio si fa avanti lo implorano di non sparare. Ciccio non è armato, in casa non porta mai armi e, per di più, da qualche mese ormai non circola più con la pistola. Berneri li rassicura: “Siamo antifascisti venuti a combattere per la rivoluzione, perché dovremmo sparare su altri antifascisti?”.

Rassicurati e senza aggiungere altro i due salutano e se ne vanno. Tosca, dalla finestra, controlla che siano usciti dal palazzo e, poi li vede entrare nel palazzo di fronte, che è la sede del Sindacato U.G.T., controllato dai social comunisti. Non viene data eccessiva importanza a questa “strana” visita; per le strade si continua a combattere, non si può uscire e nell’appartamento non c’è il telefono. Alle tre del pomeriggio bussano di nuovo alla porta. Questa volta si tratta di un manipolo di una dozzina di uomini, alcuni, cinque o sei, con il solito bracciale rosso, altri in divisa e con tanto di elmetto; sono tutti armati. Apre Tosca e questi irrompono nell’appartamento ed iniziano una furiosa perquisizione. La Tantini, preoccupata dal fatto che cercassero armi, consegna, spontaneamente, tre fucili, lasciati lì in custodia da tre miliziani in licenza. Questi non sembrano contenti e forzano la porta dell’appartamento del compagno Mastrodicasa, che non è rientrato. Sequestrano carte, giornali, riviste e libri che trovano in questo appartamento e, dichiarandosi, soddisfatti, specialmente per le armi, se ne vanno.

Umberto Marzocchi

Sul pianerottolo, due che si erano attardati, dicono a Tosca che torneranno perché hanno visto l’immensa mole di carte che c’è nella stanza di Berneri. Tosca domanda come mai questo comportamento e chi ha ordinato questa irruzione. I due, in modo beffardo, rispondono che sanno benissimo di avere a che fare con pericolosi anarchici italiani; comunque le intimano di non affacciarsi alla finestra, altrimenti la fucileranno.

La serata e la notte passano tranquille, viveri in casa ce ne sono e gli spari stanno diminuendo d’intensità. Non succede niente neppure nella mattinata di mercoledì 5 maggio, ma alle diciotto torna un manipolo di una quindicina di armati, sei dei quali sono poliziotti o, almeno, per tali si qualificano, gli altri portano il solito bracciale rosso. Entrano e, pistola in pugno, dichiarano in arresto Barbieri e Berneri. Ciccio tenta di reagire; chiede la ragione dell’arresto. Quello che sembra il capo, che è l’unico vestito in borghese, gli risponde che entrambi sono dei pericolosi controrivoluzionari, forse spie dei fascisti. Di fronte all’enormità e alla grossolanità dell’accusa, Barbieri risponde che in vent’anni di militanza anarchica non aveva mai sentito una sciocchezza simile che suona come un volgare insulto a tutta la sua attività. Questi ribatte: “l’avete detto voi stesso; in quanto anarchico siete un controrivoluzionario, appunto”.

Ciccio tenta di scagliarsi contro quest’individuo, lo provoca e arriva a sfidarlo a duello. Per tutta risposta, l’altro rovescia il bavero della giacca e mostra un distintivo nel quale, ben marcato, campeggia il numero “1109”. Tosca, in un estremo tentativo, afferra il braccio di quell’individuo e gli dice: “Sono stata io a consegnare le armi, è me che dovete arrestare non loro due che non sono armati”. L’altro, prontamente, indicando anche Fosca Corsinovi, “Se sarà necessario torneremo a prendervi, state tranquilli”52.

Le due donne non possono fare niente, sono completamente isolate, fuori si continua a sparare e, perdipiù, adesso l’intero palazzo è presidiato da uomini armati. Circa un’ora dopo arriva, preoccupatissimo e trafelato, Virgilio Gozzoli, che abita nello stesso stabile e riesce, in maniera rocambolesca, a salire fino all’ultimo piano. Le due donne neppure gli aprono e lo invitano a fuggire, a nascondersi perché torneranno per arrestare tutti gli uomini che abitano nel palazzo. Gozzoli ritorna, fortunosamente, durante una pausa dei combattimenti, alla sede del Comitato Regionale della C.N.T. e comincia a spargere la terribile ed incredibile notizia53.

L’indomani, giovedì 6 maggio, i due soliti individui con il bracciale rosso si presentano nell’appartamento di Plaza del Angel ed informano Tosca e Fosca che i due arrestati verranno rilasciati in giornata, anzi, presumibilmente, intorno a mezzogiorno. Poco dopo, invece, arrivano Umberto Marzocchi, Canzi e Mazzone per informare gli inquilini dello stabile, compreso Gozzoli, che i due corpi giacciono nella morgue dell’Hospital Clinico. La Tantini, la Corsinovi e Marzocchi provvedono alla mesta incombenza del riconoscimento ufficiale e scoprono, dalle cartelle dell’ospedale, che Camillo è stato rinvenuto, alle prime luci dell’alba, in piazza della Generalitat, che non è molto distante da dove abitava, dalla Croce Rossa; mentre Ciccio viene trovato sulla Ramblas de las Flores, più o meno nelle stesse ore.

Ultimo scritto di Camillo Berneri prima di essere assassinato

 

L’autopsia rivela che i due anarchici italiani sono stati uccisi con due colpi di pistola, sparati da distanza ravvicinata, circa 70 cm. Il primo colpo viene esploso da dietro in avanti e dall’alto in basso con foro d’entrata dietro la linea ascellare destra; l’altro, dall’alto in basso e da dietro in avanti nella regione temporo-occiptale destra54.

I funerali si svolgono l’11 maggio 1937 in una Barcellona tetra ed impietrita dal dolore. Cinque carri funebri, ognuno dei quali tirato da due cavalli neri, trasportano i feretri di Camillo Berneri, Francesco Barbieri, Adriano Ferrari, Lorenzo di Peretti e Pietro Mancon, tutti italiani e tutti anarchici. E’ l’ultima grande, solenne e tragica manifestazione pubblica dell’Anarchia.

Pare che, negli ultimi tempi, Ciccio amasse ripetere una frase, un po’ adattata, del suo amico Camillo. “L’utopia accende una stella nel cielo della dignità umana, ma ci costringe a navigare in un mare senza porti”.

 

NOTE

 

1  Cfr. Annuario Generale del T.C.I., Milano, 1901, p.302.

2  Cfr. la breve biografia del Nostro pubblicata sotto il titolo di Vittime della dittatura internazionale in “Guerra di classe”, n. 19, a. II, Barcellona, ottobre 1937.

3  Sull’argomento cfr. E. Misefari Bruno, Biografia di un fratello, Milano, Ed Zero in condotta, 1989; P. Zanolli Misefari, L’anarchico di Calabria, Firenze, La Nuova Italia, 1972; Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, Catania, ediz. Della Rivista “Anarchismo”, 1978; sui rapporti tra anarchici e socialisti: G. Cingari, Il Partito Socialista nel reggino (1888-1908), Reggio Calabria, Laruffa Editore, 1990; G. Masi, Socialismo e socialisti in Calabria, Catanzaro, 1981 e E. Misefari, Il Socialismo in Calabria nel periodo giolittiano, Soveria M.lli, Rubbettino Ed., 1985.

4  Sul tema: A. Malatesta, I Socialisti italiani e la guerra, Milano, Mondadori, 1926 e Cole, Storia del pensiero socialista, vol. IV Comunismo e Socialdemocrazia, Bari, Laterza, 1968.

5  Antonio Pietropaolo nasce a Briatico il 24 febbraio 1899, ma si trasferisce molto presto a Milano. Qui comincia a lavorare come operaio ed entra a far parte dei gruppi anarchici. Nel gennaio del 1921 viene arrestato per associazione a delinquere ed attentato contro i poteri dello Stato, ma viene assolto in istruttoria. Il 23 marzo del 1921 viene nuovamente arrestato con l’accusa di aver partecipato all’attentato al Teatro “Diana” ed è imputato di associazione a delinquere, fabbricazione e trasporto di esplosivi. Viene condannato a sedici anni ed undici mesi di reclusione ed a due anni di vigilanza speciale; è liberato per amnistia nel novembre del 1932. Trascorre due anni li libertà vigilata a Vibo Valentia, quindi torna a Milano e lavora in una officina meccanica. Prende parte alla Resistenza ed organizza una brigata anarchica in provincia di Pavia. Nell’immediato dopoguerra è tra i fondatori della F.A.I. e partecipa al 1° Congresso anarchico di Carrara, tuttavia, insoddisfatto delle decisioni prese, abbandona la Federazione insieme con Mario Perelli e Germinal Concordia. E’ morto a Milano il 1° gennaio del 1965. Fonte: Archivio Centrale dello Stato, Roma, C.P.C. Busta n. 3969, fasc. 85743; v. anche: G. Galzerano, L’attentato al Diana, Roma, Napoleone Editore, 1973, e il romanzo di V. Mantovani, Mazurka Blu, Milano, Rusconi, 1979.

6  Sui viaggi di Pietro Gori in Argentina v. R. Rocker, Pietro Gori, in Artisti e Ribelli. Scritti letterari e sociali, Cecina, Edizioni Archivio Berneri, 1996; M. Antoniolo, Pietro Gori, il cavaliere errante dell’anarchia, Pisa, BFS Ed., 1980; Malatesta, Rivoluzione e lotta quotidiana, Torino, Ed. Antistato, 1976, Accursio, Per una storia dell’anarchismo nella città di Rosario, in “Rivista Storica dell’Anarchismo”, n. 2, 1994.

7  Hipolito Yrigoyen (1850-1933), avvocato, presidente dell’Unione Civica Radicale e nipote di Leandro Alem, fondatore di questo partito. Capeggiò tre rivolte popolari (1890, 1893 e 1905) contro l’oligarchia e per ottenere il suffragio universale. Fu eletto Presidente nel 1916 e restò in carica fino al 1922; successivamente fu rieletto nel 1928, ma due anni dopo fu rovesciato da un colpo di Stato guidato dal gen. Uriburo. I suoi seguaci più fanatici lo chiamavano “l’Apostolo”, mentre a livello popolare era soprannominato “el Peludo”.

8  A titolo di Curiosità, merita di essere segnalato che tra gli ufficiali che comandarono le truppe e ordinarono di sparare sugli operai in sciopero, c’era un giovane tenente di prima nomina: Juan Domingo Peron, futuro presidente e dittatore.

9  Le informazioni e le notizie sul quindicennio (1919 – 1935) degli “anarchici criminali”, gli “anni di piombo” argentini, si possono trovare in: O. Bayer, Gli Anarchici espropriatori ed altri saggi sulla storia dell’anarchismo in Argentina, Cecina, Ed. Archivio Fam. Berneri, 1996. Il volume, ora pubblicato in italiano, è la traduzione di un libro uscito nel 1975 a Buenos Aires; lo stesso Autore nota: “Sopraggiunse poi un periodo in cui non si fecero sparire solo gli esseri umani, ma anche i libri. […] Durante la dittatura dei generali, degli ammiragli e dei brigadieri scomparvero ottomila copie del compendio di queste indagini. […] I libri distrutti ora rinascono […] a differenza degli esseri umani assassinati e scomparsi per sempre”.

10 Sulla banda Bonnot si v. B. Thomas, La banda Bonnot, Carrara, Ed. Squilibri, 1978, ma soprattutto vale la pena di leggere il romanzo di P. Cacucci, In ogni caso nessun rimorso, Milano, Longanesi editori, 1994.

11 Si provi a ri-leggere Viaggio al termine della notte, romanzo di uno scrittore, Louis-Ferdinand Celine, di solito qualificato e, quindi, liquidato sbrigativamente come “fascista”, secondo canoni (se mi si passa questo termine) propriamente anarchici. Si potrà “scoprire” che la tremenda denuncia di questo scrittore non è altro che il grido disperato dei diseredati cui la vita non ha riservato niente se non sofferenze, amarezze e morte. Nelle pagine di questo romanzo il lettore ritroverà le stesse ansie, gli stessi problemi e, in fin dei conti, la stessa disperazione degli anarchici espropriatori.

12 Sulla rivoluzione russa, vista dalla parte degli anarchici, V. Volin, La Rivoluzione sconosciuta, 2 voll., Carrara, Edizioni Franchini, 1976. Il più conosciuto episodio di repressione violenta, attuata dal governo bolscevico, è quello relativo alla rivolta dei marinai di Kronstadt, in proposito si v. P. Avrich, Kronstadt 1921, Milano, Mondadori, 1971 e Israel Getzler L’epopea di Kronstadt, Torino, Einaudi, 1982. Sui rapporti tra bolscevichi ed anarchici ed in particolare tra questi e Lenin, sono illuminanti le pagine dell’autobiografia di E. Goldman, Vivendo la mia vita, vol. III, Milano, Ed. Zero in condotta, 1933. L’anarchica lituana riporta un suo personale colloquio con Lenin che definisce Machmo “un volgare bandito”, mentre chiama “idealisti” tutti gli altri anarchici. La Goldman ribatte che: “Anche l’America capitalista divide gli anarchici in due categorie, i filosofi e i criminali. I primi sono ben accetti anche nella migliore società […] La seconda categoria, alla quale abbiamo l’onore di appartenere, viene perseguitata […] Anche Voi pare che facciate una distinzione senza che vi sia una reale differenza”.

13 Renzo Novatore, pseudonimo di Abele Ricieri Ferrari, nacque ad Arcola (La Spezia) il 12 maggio 1890, fu poeta, filosofo, artista e militante anarchico. Individualista e fortemente anticlericale, a vent’anni compì il suo primo gesto estremo: incendiò la chiesa del santuario della della Madonna degli Angeli di Arcola. Allo scoppio della grande guerra, si rifiuta di partire per il fronte e, arruolato per forza, nell’aprile del 1918 diserta e fa perdere le tracce. Usufruisce dell’amnistia del ’19 e comincia la collaborazione con parecchie riviste anarchiche e letterarie. Muore in uno scontro a fuoco con i carabinieri il 29 novembre 1922 a Teglia, insieme con lui c’è Sante Pollastri, che riesce a fuggire in Francia. Su sante Pollastri cfr. il mio Il bandito e il campione, in “La città del sole”, n.7-8, luglio-agosto 1996 e G.L. Brignoli, Le confessioni di Pollastro, l’ultimo bandito gentiluomo, Bergamo, Ed. Vulcano, 1995.

14 L’Espropriatore, “Iconoclasta!”, Pistoia, a. I, n. 10 del 26 novembre 1919, ora in R. Novatore, Un fiore selvaggio – Scritti scelti e note autobiografiche, a cura di Alberto Ciampi, Pisa, edizioni BFS, 1994.

15 Non si può qui dar conto del vasto dibattito che si sviluppa intorno alle “provocazioni” di Novatore e del resto, purtroppo, dopo tanti anni, gran parte del materiale è sconosciuto perché si trova nelle pagine dei giornali anarchici dell’epoca e non è stata mai organizzata una ripubblicazione organica in volume. Le tematiche suscitate da Novatore, da Aida Latini, da Leda Rafanelli, da Aldo Aguzzi, da Virgilio Gozzoli e da molti altri rimbalzano al di la dell’Atlantico e trovano vasta eco sulle pagine de “L’Adunata dei Refrattari”, giornale anarchico di New York. Si possono, comunque, consultare: L. Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, 2 voll., Firenze, CP Edizioni, 1976, nonché L’Inventario delle testate anarchiche internazionali dall’800 al 1960, Fondo Ugo Fedeli presso l’”Instituut Voor Sociale Geschiedenis” di Amsterdam.

16 C. Berneri, Stato e burocrazia, in “Umanità nova”, Milano, a. I, n. 258 del 25 dicembre 1920, ora in Pietrogrado 1917 – Barcellona 1937. Scritti scelti, Ragusa, Ed. La Fiaccola, 1976.

17 La risposta di Novatore è contenuta in un articolo intitolato Sferzata, che viene pubblicato su “Iconoclasta!”, a. II, nn. 1-2, del 20 febbraio 1921, nel testo definisce Berneri “stercomane”, “castrato”, “caco isterico geloso della mia penna”, mentre lui stesso si definisce “amoralista in quanto anarchico”.

18  La storia più completa della C.N.T. è quella di Josè Peirats, La C.N.T. nella rivoluzione spagnola, 4 voll., Torino, Ed. Antistato, 1976.

19 C. Ward, Anarchia come organizzazione, Milano, Ed. Antistato, 1973.

20 N. Berti, Sull’anarchismo di Berneri: il problema del revisionismo, in AA.VV., Camillo Berneri nel cinquantesimo della morte, Pistoia, Ed. Arch. Fam. Berneri, 1986.

21 “Non li possiamo difendere”, diceva Diego Abad de Santillan, direttore del più importante giornale anarchico di Buenos Aires, “La Protesta” e successivamente, al ritorno dall’esilio, segretario generale della C.N.T. fino alla fine della guerra civile. Egli rivedrà in parte il suo giudizio dopo la sconfitta spagnola; cfr. le sue memorie: Porqué perdimos la guerra, Buenos Aires, edizione Iman, 1940-1943.

22 C. Berneri, Il compito delle minoranze rivoluzionarie, in “Umanità nova”, Milano, 5 luglio 1921, ora in Pietrogrado 1917…, op. cit.

23 La critica al “terrorismo anarchico”, mossa, da una parte dai marxisti e poi da Lenin e, dall’altra, da un filosofo come Merleau-Ponty, muove da presupposti completamente diversi e tende, sia l’una che l’altra, a creare delle categorie assolute dentro un razionalismo politicizzante. Cfr. R. Massari, Marxismo e critica del terrorismo, Roma, Newton Compton, 1979; M. Merleau-Ponty, Umanismo e terrore, Milano, SugraCo Ed., 1978. Può risultare interessante anche la lettura del volume Memorie di donne terroriste, curato da Maria Clara Necaev, Roma, Savelli Ed., 1979, che raccoglie le memorie di tre terroriste russe in lotta contro l’autocrazia zarista.

24 Gli avvenimenti della Patagonia sono narrati da O. Bayer in Los vengadores de la Patagonia tragica, 4 voll., Buenos Aires, Editorial Galerna, 1967-1971.

25 L’iniziativa della “Crociera italiana in America Latina” fu ricordata con l’emissione di una serie di francobolli che recavano impressa la dicitura “Crociera italiana 1924”, pare siano stati emessi 20.000 esemplari.

26 Severino Di Giovanni nacque a Chieti il 17 marzo 1901 e morì, fucilato dopo un brevissimo processo, all’alba del 31 gennaio 1931. E’ il simbolo dell’anarchismo criminale ed incarna il più autentico e vero ideale anarchico della violenza. V. O. Bayer, L’idealista della violenza, Pistoia, Vallera Ed., 1923, esiste anche una seconda edizione argentina del libro, non pubblicata in italiano, nella quale sono contenuti altri documenti; ed, inoltre, F. Pierini, L’anarchico dal vestito nero, in “Storia Illustrata”, n. 191, ottobre 1973 ed il mio Tango d’amore e d’anarchia, in “La città del sole”, nn. 10 e 11, ott. e nov. 1996. Una segnalazione particolare merita il bel romanzo, dedicato a Severino, di Maria Luisa Magagnoli, Un caffè molto dolce, Torino, Bollati-Boringhieri, 1996. Miguel Arcangel Roscigna, uruguaiano, operaio metallurgico, è unanimemente considerato come il più valente ed il più coraggioso degli anarchici espropriatori, capace di resistere a qualsiasi tortura e talmente audace da non esitare ad uccidere, in un ristorante, con un colpo a bruciapelo, il capo della squadra speciale della polizia. Fu fatto sparire, nel 1935, dalla polizia con una tecnica resa poi tristemente famosa dal dittatore gen. Videla e cioè fu lanciato, vivo, nel Rio della Plata da un aereo in volo. Con la sua morte, significativamente, si chiude l’epopea degli espropriatori. V. Osvaldo Bayer, Gli anarchici espropriatori…, cit.; per quel riguarda le tecniche di eliminazione degli oppositori politici, in Argentina, in tempi recenti, v. Horacio Verbisky, Il volo, Milano, Feltrinelli, 1996.

27 Nel 1926 gli anarchici catalani Buenaventura Durruti, Francisco Ascaso, Alejandro Ascaso e Gregorio Jover Cortes compiono un vero e proprio tour di rapine nel centro e sud America, partendo da Cuba e toccando il Messico, il Venezuela, il Cile, l’Uruguaj e L’Argentina. E tutto questo avendo incominciato con la rapina alla banca di Gijon, in Spagna. Proprio a Buenos Aires i quattro ottengono, però, il bottino più sostanzioso, grazie all’appoggio degli italiani, che forniscono loro anche identità, passaporti falsi e, persino, un lavoro come operai meccanici. V. O. Bayer Gli anarchici…, cit.; su Durruti v. Abel Paz (pseudonimo di Diego Camacho), Durruti, el proletariado en armas, Barcelona, 1978.

28 La polemica tra “la Protesta” e gli espropriatori giungerà ad un punto tale di non ritorno che questo giornale, nel numero del 26 marzo 1929, accuserà pubblicamente il gruppo di anarchici italiani de “L’impulso” di essere i responsabili dell’attentato al Consolato. Di Giovanni ucciderà il 29 ottobre 1929 il nuovo direttore de “La Protesta”, Lopez Arango.

29 Per quel che riguarda le attività degli anarchici italiani in Brasile, v. Edgar Rodrigues, Lavoratori italiani in Brasile, Casalvelino Scalo (SA), Galzerano Editore, 1985.

30 Queste notizie biografiche, e anche le successive, sono ricavate dalla Scheda personale, elaborata dall’A.I.C.V.A.S. – Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna – con sede in Roma, da un estratto dei documenti di polizia del Casellario Politico Centrale dell’Archivio di Stato di Roma, gentilmente fornitomi dal prof. Giuseppe Masi, da notizie, ricavate da “L’Adunata dei Refrattari”, inviatemi dal prof. Giuseppe Gurrieri, curatore delle Edizioni Sicilia Punto L, una casa editrice anarchica e da alcuni numeri di “Guerra di classe”, del 1937, che era il giornale fondato e diretto da Berneri, inviatemi da Aurelio Chessa, curatore dell’Archivio della Famiglia Berneri. Le altre fonti sono indicate specificatamente ed a parte.

31 Giusto in questo periodo vengono espulsi dalla Francia i più importanti ed attivi dei dirigenti anarchici quali fabbri, Ugo Fedeli, Raffaele Schiavina, Rodolfo Gobbi, Gigi Damiani, Virgilio Gozzoli, Dario Castellani, Pietro Bruzzi e Umberto Marzocchi. Cfr. L. Di Lembo, L’Europa tra guerra di Stato e guerra di classe – 1919-1939, in AA.VV., L’antifascismo rivoluzionario tra passato e presente, Pisa, BFS Edizioni, 1992.

32 Sulle attività segrete dell’O.V.R.A. v. la biografia di Arturo Bocchini scritta da D. Carofali e G. Padiglione, Il Vice Duce, Milano, Mondadori, 1987.

33 Berneri pubblica nel 1927 un opuscolo, che viene immediatamente sequestrato, dal titolo Elementi di chimica antifascista in cui denuncia le operazioni di spionaggio fascista. Nel 1928 pubblica il famoso Lo spionaggio fascista all’estero in cui fa nome e cognome delle spie che fanno parte di una vasta rete messa in piedi dall’O.V.R.A. Nell’Archivio della Famiglia Berneri, oggi curato e custodito in maniera egregia da Aurelio Chessa, in Cecina (LI), è possibile rintracciare gli scritti citati. Vale la pena di ricordare qui, proprio su questo argomento, lo splendido romanzo di Alberto Moravia, Il Conformista.

34 Cfr. Andreucci e Detti (a cura di), Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943, 5 voll., Roma, Editori Riuniti, 1975.

35 Gli atti di quella riunione, ovviamente clandestina, tenutasi a Saurtrouville, un sobborgo di Parigi, alla quale parteciparono, oltre a Berneri, Gigioti, Mario Mantovani, Sabino Fornasari ed Enzo Fantozzi, sono stati ripubblicati, nel 1980, dalle Edizioni Archivio Fam. Berneri.

36 Risulta risiedano in Spagna, precisamente a San Quintino di Medina, da prima della guerra, i fratelli Angelo (18.04.1898) e Vincenzo Longo (17.06.1901), di Polistina (RC), ritenuti anarchici, che faranno parte poi della Brigata “Ascaso”. Cfr. Archivio A.I.C.V.A.S., Schedario Personale dei Volontari.

37 Cfr. A. Minning, Diario di un volontario svizzero nella guerra di Spagna, Lugano, Ed. La Baronata, 1985.

38 Tutte le testimonianze dei compagni che vissero accanto ai due anarchici concordano su queste asserzioni; Bernardo Pou su “Guerra di classe” del novembre 1937 (Arch. Fam. Berneri) scrive: “Vivevan come fratelli, son morti fratelli”; conforme il parere di Umberto Marzocchi (v. gli articoli scritti per “Il Libertario” di Milano nei numeri dal 7 al 34 nel 1964 e 1965) che poi sarà la persona che provvederà al riconoscimento ufficiale dei due cadaveri; ed ancora Max Sartin su “L’Adunata dei Refrattari”, nei numeri di maggio e giugno del 1938, ora raccolti nel volumetto Berneri in Spagna, curato dalle Edizioni RL di Inglesias (CA), pubblicato nel 1972 e, in ultimo, se non bastasse, le lettere di Camillo ai familiari dalla Spagna, nelle quali si parla di Ciccio come uno di famiglia, più di un fratello; cfr. Epistolario inedito a cura di Aurelio Chessa, Pier Carlo Masini, Paola Feri e Luigi di Lembo, Pistoia, Ed. Arch. Fam. Berneri, 1980 e 1984.

39 G. Garrida, Vi ricordate di Lui?, in “Guerra di classe”, suppl. al n. 15 del 9 maggio 1937, in Arch. Fam. Berneri.

40 La partecipazione diretta alle operazioni militari di Barbieri e di Berneri è raccontata dettagliatamente da U. Marzocchi, Ricordando Camillo Berneri. Una parentesi rivoluzionaria degli anarchici italiani in Spagna, in C.B. Nel cinquantesimo della morte, op. cit.

41 Va ricordato che nella battaglia di Huesca, sostenuta dalla Colonna “Ascaso” nel settembre del 1936, muore, tra gli altri, Cosimo Pirozzo, che era di Rosarno (RC). Per quanto riguarda i volontari calabresi nella guerra di Spagna v. R. Lentini, Valentino Abbruzzese e gli antifascisti reggini nella guerra civile spagnola, in “Bollettino I.C.S.A.I.C.A., Cosenza, n. 1-2, 1994; R..Lentini e N. Guerrisi, L’antifascismo calabrese; Vito Doria – Una vita al servizio della libertà in Europa, in “Historica”, Reggio Cal., n.3, 1995 e il mio Gli Antifascisti calabresi nella guerra di Spagna, in “Il Taurikano”, Molochio (RC), nn. IX e X, apr.ott. 1995.

42 L. Di Lembo, L’Europa tra guerra di stato…, cit., p. 33, il quale scrive: “Agli angoli delle Ramblas furono trovati assassinati Berneri e la sua guardia del corpo il valente Barbieri”.

43 Cfr. C. Venza, Tra rivoluzione e guerra. Libertari italiani nella Spagna degli anni trenta, in “La Resistenza sconosciuta – Gli Anarchici e la lotta contro il fascismo – I Giornali anarchici clandestini 1943-45”, Milano, Ed. Zero in condotta, 1995.

44 U. Tommasini, L’anarchico triestino, a cura di Claudio Venza, Milano, Ed. Antistato, 1984.

45 C. Berneri, Epistolario inedito, a cura di Aurelio Chessa e Pier Carlo Masini, vol. I, pp. 41-42, Pistoia, Ed. Arch. Fam. Berneri, 1980.

46 Cfr., in particolare, le lettere di Giobbe Giopp, Wolf Giusti, Torquato Gobbi, Umberto Marzocchi, Alberto Jacometti, Celso Persici, Silvio Trentin, contenute nel 1° vol. dell’Epistolario, e quelle di Carlo Frigerio, Angiolino Bruschi, Elisa Fienga, Luigi Ballarini, ancora Silvio Trentin, Romualdo Del Papa, Ida Gunscher, Secondo Giorni, Luigi Fracassi, Italo Del Proposto; contenute nel 2° vol. dell’Epistolario. Particolarmente affettuoso nei confronti di Ciccio si rivela Silvio Trentin, padre di Bruno Trentin (già segretario generale della CGIL), che lo aveva conosciuto in Francia e lo aveva assistito nelle beghe con la giustizia francese; cfr. Silvio Trentin Scritti inediti. Testimonianze e studi, Parma, Guanda Editore, 1972.

47 V. Arch. Fam. Berneri, Cassetta VI, carte e documenti sulla rivoluzione spagnola, Comitato Anarchico di Difesa di Barcellona, doc. 18.X, 1936.

48 Cfr. Vernon Richards, Insegnamenti della rivoluzione spagnola, Ed. Vallera, Pistoia, 1974 e Josè Peirats, La C.N.T. nella rivoluzione…, cit., Vol. II, pp. 293 ss.

49 Su questo argomento, intricato e complesso, per tutti, Paolo Spriano, I Comunisti europei e Stalin, Torino, Einaudi, 1983.

50 Per evitare di appesantire inutilmente questa annotazione, si possono consultare. Mario Signorino, Il massacro di Barcellona, Milano, Fabbri Editore, 1973, testo facile, con un’impostazione di tipo giornalistico; Carlos Semprum-Mauro, Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna, Milano, Ed. Antistato, 1977, oltre al già citato Peirats.

51 Il testo del discorso fu pubblicato integralmente da “L’Adunata dei Refrattari”, n. 21 del 21 maggio 1938.

52 Si scoprirà in seguito che ad eseguire l’arresto e, quasi certamente l’assasinio di Barbieri e Berneri, sono stati sei poliziotti e sei membri dell’U.G.T., cfr. “Le Libertaire” n. 275, giugno 1937 e “Il Risveglio Anarchico” (edizione italiana di “Le Reveil Anarchiste”), L’assassinio dei compagni Berneri e Barberi, n. 974, 29 maggio 1937.

53 Per la ricostruzione delle fasi dell’arresto, che, senza manipolare i fatti, ho cercato di rendere nella loro intensa drammaticità, ho utilizzato i seguenti documenti: Testimonianza di Tosca Tantini, non firmata, su “Guerra di classe”, suppl. al n. 15 del 9 maggio 1937; testimonianza di Virgilio Gozzoli,  pubblicata su “Guerra di classe”, n. 16 del 25 maggio 1937 con il titolo Plaza del Angel. Come furono assassinati i compagni Berneri e Barbieri, resoconto, ampiamente censurato e quindi pubblicato con molte righe vuote, su “Solidaridad Obrera”, n. 11, 9 maggio 1937, ora in Max Sartin, Le tragiche giornate di maggio a Barcellona, in C.B. Nel cinquantesimo della morte, op. cit., pp. 29-45; A proposito dell’assassinio del compagno Camillo Berneri, resoconto, ampiamente censurato, pubblicato su “Solidaridad Obrera” n. 12, 15 maggio 1937, ora in Josè Peirats, La C.N.T…, cit., vol. II, pp. 348-352; Aldo Aguzzi, Gli anarchici italiani in Spagna nei fatti di maggio del 1937, in “L’Adunata dei Refrattari”, n. 33 del 13 agosto 1938 (va ricordato che Aguzzi era in Argentina negli anni ’20, conosceva benissimo Barbieri ed è stato l’unico dirigente che ha sempre difeso, anche se non condiviso, le scelte degli anarchici espropriatori ed, in particolare, quelle di Severino Di Giovanni); Masini e Sorti, Il caso Beneri, in C.B. Pietrogrado 1917…, cit. pp. 239 ss; Gli assassini di Berneri, in “L’Adunata dei Refrattari”, n. 4 del 22 gennaio 1949, Giovanna Caleffi-Berneri, Maramaldo, in “L’Adunata dei Refrattari”, n. 26 del 25 giugno 1949; Id., “Comunisti in Spagna”, ibidem, nn. 10-11 del 11 marzo 1050 e Francisco Madrid Santos, Un anarchico italiano – Rivoluzione e  controrivoluzione in Europa, Pistoia, Ed Arch. Fam. Berneri, 1985, che resta, a tutt’oggi, lo studio più organico e più documentato sul pensiero e l’opera di Berneri.

54 I risultati delle autopsie vengono pubblicati, pressoché integralmente, da “Solidaridad Obrera” nel numero dell’11 maggio 1937, ora in Josè Peirats, La C.N.T…., cit., vol. II, pp. 349-350.

 

 
TOPEAMAGAZINE - 54^ TORNATA - LUGLIO/AGOSTO 2010
ANARCHICI CALABRESI
 Libertà - Amore - Morte
INDICE:
|  'America Josefina Scarfò' di Paolo Catalano  |  'Ultimo Tango a Buenos Aires' di Antonio Orlando  |  'Severino Di Giovanni, l'uomo in camicia di seta' di Camilla Cattarulla | 'L'adolescente che amò la bestia' di Alberto Prunetti 'Ho la febbre in tutto il corpo... Lettera di Severino ad America' a cura di Salvatore Libertino  |  'Lettera di America Scarfò a Emile Armand' a cura di Salvatore Libertino
| 'E' morta America Josefa Scarfò' di Osvaldo Bayera  | 'Come stanno le begonie?...' a cura di Salvatore Libertino 'Documento video su Di Giovanni e Scarfò' a cura di Salvatore Libertino |
'Francesco Barbieri, l'anarchico dei due mondi' di Antonio Orlando |