Jost Amman. Stefano Bathory, Re di Polonia (1576-1586)

Nunziatura in Polonia

 

di Antonio Francesco Parisi

 


Dalla fine del sec. XV il grave problema della formazione di un efficiente organismo statale affligge anche la Polonia: solo che mentre negli altri stati d’Europa esso si risolve in senso favorevole alla instaurazione di un forte potere centrale, in Polonia prende ad evolvere verso un’oligarchia repubblicana. Nonostante i generosi tentativi di Sigismondo I° e Sigismondo II°, e le esortazioni dell’italiana Bona Sforza, loro rispettiva moglie e madre, il potere regio si riduce sempre più, mentre la piccola nobiltà o «Szlachta» acquista maggiori poteri. Essa riesce dapprima a sovrapporre all’antico Senato, composto dai Grandi Nobili e dall’alto Clero, la Dieta Generale, in cui spadroneggia; e poi muove alla conquista del predominio economico impadronendosi delle terre cerealicole, combattendo e conculcando i diritti dei piccoli proprietari e dei contadini, ed infine facendo abolire ogni barriera al commercio.

L’autorità del re, le leggi, non sono rispettate, le imposte non vengono pagate. Il re con le magrissime entrate delle miniere, delle dogane e delle città non può pagare i suoi funzionari e non può mantenere in permanenza l’esercito, che è l’unico presidio dell’indipendenza polacca. Ne deriva un dissidio tra il potere regio e l’aristocrazia: dissidio accresciuto e snaturato da influenze religiose. Mille eresie, infatti, si danno convegno in quel secolo in Polonia e tutte trovano fortuna presso la turbolenta aristocrazia polacca, che, nella spoliazione delle chiese e dei monasteri, spera ulteriori accrescimenti della conseguita ricchezza, e che, nella «libertà di coscienza», trova un altro argomento per opporsi al re, rimasto cattolico, ed ai prelati, che sostengono il re. In un certo senso diventa quasi naturale che gli aristocratici puntino anche sulla carta protestante. E non riesce loro difficile, sotto la guida del maresciallo Firley e nonostante l’opposizione del Cardinale Commendone, di cogliere una prima importantissima vittoria: ottenere cioè una «confederazione» che assicuri piena uguaglianza giuridica ai non cattolici e che conceda ai nobili la suprema autorità, di fronte ai loro sudditi, anche in materia di fede. V’è invero, anche una solenne dichiarazione: che il cattolicesimo è la religione dello Stato. Ma si tratta di un paravento. Non è difficile capire che tutti gli altri deliberata di questa «confederazione» rendono priva d’importanza la dichiarazione stessa e che, da allora in poi sarà sempre più difficoltoso, per gli enti ecclesiastici, riconquistare i beni che erano stati sottratti. Tutto ciò rende particolarmente grave e complicata la situazione interna Non migliore è quella esterna. Gli stati contigui, è noto, non hanno mai nutrito sentimenti propriamente amichevoli verso i polacchi. Mentre, ad oriente, l’impero moscovita aguzza i propri desideri verso la contigua Lituania, ad occidente l’impero tedesco è bramoso di annettersi la Boemia e l’Ungheria; a nord i cavalieri dell’Ordine Teutonico sono ricalcitranti agli obblighi di vassallaggio ed, a sud, la Turchia, pervasa da nuovo vigore espansivo, accresce la propria influenza sull’Ungheria e minaccia il cuore dello stato.

Per tutto ciò, in seno alla diplomazia europea, si forma il convincimento che, morto Sigismondo Augusto, se «si viene alla forza il Mosco entrerà armato entro; parimente, forse, l’imperatore et anche, con l’aiuto dei Turchi e dei Valacchi, il Transilvano» (1). Invece, morto Sigismondo II° il 7 giugno 1572 a Knyszyn, nessuno dei numerosi pretendenti usa la forza. Tutte le potenze limitrofe, ed altre più lontane, ne appoggiano uno: ma tutti i pretendenti agiscono nelle debite forme, e spesso con la richiesta di sposare l’infante Anna, sorella del morto Sigismondo Augusto. Tra essi primeggiano lo Zar Ivan IV, l’imperatore Massimiliano, l’arciduca Ernesto d’Austria, Enrico di Valois ed il re di Svezia.

La parte cattolica fa vivissimi voti per il trionfo della candidatura austriaca. L’Austria è in quel tempo il principale pilastro della difesa del cattolicesimo in oriente e nei paesi germanici: è l’unica potenza che ancora abbia la possibilità di contrastare il passo all’avanzata dei Turchi, incubo della corte di Roma e dei principi cattolici. Il cardinale Commendone non manca d’impegnare tutta la sua influenza ed abilità per il successo di Massimiliano o di Ernesto. Ma l’Austria era troppo malvista in Polonia, ove erano ben conosciute le sue mire annessionistiche delle provincie polacche del sud-ovest. Il partito filo-austriaco era molto debole ed impopolare. Forse il Commendone non conosceva bene le idee dei Polacchi, o forse, sotto l’influenza austriaca, egli aveva commesso un errore di valutazione, inducendo i cattolici ad appoggiare l’Austria. Più realista di lui, il nunzio pontificio locale, Vincenzo Portico, in deroga alle direttive impartitegli, si siede ad appoggiare la candidatura della principessa Anna.

Nel frattempo la Turchia, resasi conto dell’impossibilità che il suo candidato potesse riuscire, spostò il suo appoggio alla Francia, e favorì la vittoria di Enrico di Valois, proclamato re il 16 maggio 1573.

La posizione della chiesa, pertanto, aveva subito così un duplice smacco: non erano stati eletti né il candidato sostenuto ufficialmente, Ernesto, né quello sostenuto dal nunzio; essa, inoltre risultava compromessa coll’appoggio senza riserve fornito all’Austria. Gegorio XIII sorpreso e spiacente, fu tuttavia pronto a far buon viso alla situazione creatasi; fu solerte nel mandare al re eletto doni augurali con un padre gesuita e, nel dicembre, gli scisse di avergli destinato quale nunzio Vincenzo Lauro (2).

In realtà Gregorio XIII, subito dopo la sua elevazione alla tiara, sia perché risentito a causa di una pretesa acquiescenza del Lauro nei confronti di Emanuele Filiberto, sia perché era d’avviso di effettuare un generale movimento dei nunzi apostolici, aveva deciso di mandare il Nostro quale legato presso Sigismondo Augusto; ma la notizia della morte del re ed i problemi aperti dalla successione e dalla lunga crisi polacca lo indussero a tenere il Lauro di riserva e ad impegnare negli intrighi della successione il Portico ed il card. Commendone (3).

Così mentre il cardinale sforzandosi di far trionfare la candidatura austriaca compromette sé e la Santa Sede, Vincenzo lauro viene invitato a Roma, e tenuto colà in attesa per quasi un altro semestre (4).

Quando poi giunge la notizia della nomina di Enrico, il Papa può disporre di un nunzio non compromesso, e, anzi, con precedenti che lo rendono graditissimo ad un principe francese.

Il Lauro, con le credenziali datate 1. giugno 1573, ancora una volta parte per la capitale di Francia, dove si trovava Enrico e dove giunse presumibilmente nel mese successivo (5).

Quali compiti specifici gli erano stati affidati? Non sappiamo: ufficialmente per congratularsi della nomina, tutelare e propagare il cattolicesimo.

Possiamo però capire che portare le congratulazioni dovesse significare sia il dover superare il punto di attrito causato dall’appoggio dato al candidato austriaco, quanto il dover normalizzare i rapporti tra il Re ed il Papa: e tutelare il cattolicesimo significava portare nella Polonia dilaniata da un’infinità di sette religiose, il nuovo spirito cattolico nato dal Concilio di Trento. Nell’uno e nell’altro compito Vincenzo Lauro ebbe successo; vedremo come. Ma oltre questi, un altro ed importante compito, essenzialmente politico, gli venne certamente affidato: quello che derivava da uno dei principali punti del programma di Gregorio XIII, annunciato nel I° concistoro: la lotta contro i Turchi. La Polonia, era uno dei cardini della difesa del Cristianesimo ed il Papa ne era particolarmente interessato. A Parigi il Lauro entrò subito nel vivo degli intrighi diplomatici. Era infatti giunta contemporaneamente anche l’ambasceria polacca per comunicare ad Enrico la sua nomina, prendere con lui i primi contatti e fargli giurare i famosi articoli della Confederazione di Varsavia, che assicuravano la pace religiosa e la libertà ci coscienza (6).

Il Nunzio prende subito posizione contro la richiesta di giuramento, che riesce a dilazionare, ma non ad evitare. Tuttavia, impegnando anche l’autorità del cardinale Luigi d’Este e del Nunzio Salviati, convince il vescovo polacco di Posen a formulare una sua protesta basata sul fatto che la «Confederazione» non era stata approvata da tutti gli ordini polacchi, a fare appoggiare la protesta dagli altri ambasciatori cattolici ed infine a farla accettare dal re (7).

Regolarizzate così le cose, segue Enrico a Metz ed a Fontainebleau; poi, per non accompagnarlo attraverso i territori protestanti della Germania, ove l’odio contro i cattolici trovava esca al recente ricordo della notte di S. Bartolomeo, e per non far nascere sospetti, anche su consiglio della regina, torna in Italia per effettuare un itinerario più meridionale verso la Polonia.

A Venezia, che in quel tempo fungeva da copolinea per tutto l’oriente, si incontrò col Cardinale Commendone, che tornava in Italia. Così fu messo al corrente della situazione polacca ed istruito su tutto ciò che poteva facilitargli i rapporti coi capi cattolici. Da Venezia, poi, con un viaggio piuttosto rapido se rapportato al tempo invernale, raggiunse Cracovia, il 30 gennaio 1574, e fu ricevuto con molte cortesie dal vescovo di quella città (9).

In Polonia il Nostro non perdette il suo tempo. Mentre da una parte, insieme al Vescovo prepara il solenne ricevimento al re, dall’altra comincia a sondare il terreno su cui dovrà esplicare la propria attività. Prende contatto coi principali prelati e feudatari polacchi ed oppone alle molteplici attività dei protestanti la propria energia e decisione. Quando è necessario, non bada troppo alle forme ed alle circostanze: non è più, Lauro, il Nunzio formalista di Scozia, bensì un uomo dinamico e spregiudicato che, anche a mezzanotte, va a trovare personaggi di dubbia fede per incitarli e metterli al servizio della causa di Roma (10). Ai vescovi ed ai nobili cattolici egli da subito una direttiva: affrettare per prima cosa l’incoronazione e far sì che il sovrano presti il giuramento colla vecchia formula tradizionale. Se questo non sarà possibile, che l’aggiunta al giuramento, di garanzie verso la parte dei protestanti, sia di portata il più limitata possibile (11).

Il 18 febbraio il Re fa solenne ingresso in Cracovia, accolto trionfalmente dal suo popolo. All’indomani ha la possibilità di constatare, nel Senato, il grave dissidio che divide i Polacchi. Perfettamente a suo agio nell’ambiente francese della Corte, Lauro si lavora i notabili del seguito, specialmente il maresciallo di Retz, col quale stringe particolari rapporti di amicizia. Il 20 febbraio, primo fra tutti i nunzi, egli viene ricevuto dal Re al quale riesce a strappare la solenne promessa che non sarà secondo ad alcuno nel desiderio di difendere la Santa Fede Cattolica.

L’indomani, domenica, è il giorno dell’incoronazione. Tutto procede regolarmente, e conformemente alla speranza del Lauro, sino a quando il capo della frazione nobiliare, grande ammiraglio Firley, non si accorge che la formula del giuramento è quella antica priva delle garanzie stabilite dalla confederazione. Egli e i suoi partigiani domandano allora al re la conferma del giuramento di Parigi. Il Re consente, ma vincolato dalle promesse fatte al Lauro accetta anche le proteste dei vescovi che pongono la condizione: «Salvis iuribus nostris» (12).

Era evidente che il re capiva poco cosa si facesse, tanto più che i contendenti parlavano massimamente in polacco: nel Duomo, dove si svolgeva la cerimonia, la confusione era al diapason; fuori del tempio il popolo acclamava e gridava «Viva il Re». Nulla tuttavia accadde di gravissimo, anche perché ciascuno credeva di aver ottenuto la salvaguardia dei propri diritti (13). Invero né il Lauro poteva cantare piena vittoria, ne lo poteva la fazione opposta. Il primo si rese conto abbastanza presto di quanto fosse scabrosa la lotta, ma anche alla fazione opposta risultò chiaro come d’allora in avanti non solo sarebbe riuscito difficile l’acquisto di nuovi diritti, ma pure il mantenimento di quelli già acquisiti.

Il 3 marzo il nunzio scriveva: Delle tre cose… in questo principio necessarie per il servizio della Religione cattolica e del re, l’una cioè il tempo della coronazione già si ottenne; l’altra s’è conseguita in parte… ma con tutto ciò, se non si viene alla dissoluzione di questi comizi, ch’è la terza cosa, si porta pericolo che il Re sia costretto a confirmar la confederazione (14). Questo terzo scopo era certamente un’impresa grandiosa; un’impresa che ragguagliata alle risorse ed all’influenza del partito cattolico polacco sarebbe apparsa fuor della comune possibilità. Anche noi saremmo tentati di definirla una di quelle chimere dalle quali talvolta il Nostro si lasciava sedurre, se, d’altra parte, egli stesso non ci facesse consapevoli di essere ben al corrente delle difficoltà che la sua realizzazione avrebbe presentato. Non per nulla egli mette in evidenza che la parte qui più potente, più numerosa e più audace è di fazione contraria alla cattolica; che i cattolici sono apatici, disuniti ed inclini a gettare ogni colpa sopra la vita degli ecclesiastici ed in particolare dei vescovi, i quali si come vivono alquanto licenziosamente, secondo il costume della nazione… non sono troppo uniti. Da quanto, scrive, è chiaro che egli interpreta la situazione politica in chiave di morale. La situazione politica polacca non è che un riflesso, un aspetto di quel grandioso rivolgimento morale-religioso che aveva sconvolto tutta l’Europa Centrale, i cui effetti egli aveva già conosciuto e combattuto in Francia ed in Piemonte, ma che non aveva potuto fronteggiare in Scozia; i rimedi più efficaci non possono essere che quelli già applicati nei suddetti paesi: restaurazione dei principi morali e cattolici nel popolo; ma, prima di tutto, è indispensabile rimettere in auge la disciplina e la moralità nel clero. Per raggiungere tal fine, egli si mostra fermo e deciso con tutti. I suoi  ammonimenti colpiscono indiscriminatamente tutti i reprobi: sacerdoti e monache, vescovi e abati, e si elevano anche fino alla maestà del Sovrano allorché questo, incautamente, permette a due vescovi di ballare in sua presenza. La sua rigidezza è appena temperata da una condotta benevola verso i buoni cattolici, ed in particolare, verso l’arcivescovo Uchanski, che sin dal principio segue perfettamente le sue istruzioni.

I cattolici, nel notare l’intraprendenza del Nunzio ed il suo potere sul Re, prendono animo, cominciano a mettere in atto i suoi consigli e a creare un fronte di opposizione anti-protestante. Ma anche il partito nobiliare si accorge che le cose stanno per prendere una piega niente affatto favorevole. Perciò i nobili protestanti tentano di prevalere con le intimidazioni e le minacce, e cercano di affrettare i tempi e far accettare dal Re, prima che i cattolici non prevalgano, la «confederazione». Col tempo prevale fra di loro anche il parere di discacciar dal Regno il legato del Papa (15). Lauro, però, continua la sua opera e non cessa di esercitar pressioni sul Re. Ora si fa promettere che saranno concesse solo a persone cattoliche le «Degnità e uffici» del Regno, ora gli mostra il gran beneficio che i Padri Gesuiti potrebbero arrecare in Polonia, ora gli fa rilevare l’inopportunità di dare a laici dignità ecclesiastiche (16). Ma altre volte lo rimprovera di aver concesso un vescovato ad un abate di poca esperienza e letteratura e di costumi non castigati, oppure protesta perché è stato ricevuto a corte l’ambasciatore imperiale Dudith, che è protestante (17). Tuttavia egli stesso non rifugge, per i suoi fini, dall’incontrarsi con nobili protestanti; anzi, coglie sempre l’occasione per far loro osservare i vantaggi che potrebbero raggiungere militando nel partito cattolico (18). Nello stesso tempo, però, sollecita l’attività di Roma affinché, anche da lontano, la sua azione sia sostenuta convenientemente: La maestà Cesarea potrebbe servirsi qui di qualche signore cattolico senza adoperare un eretico pubblico. Il cardinale Gallio gli risponde a nome del Papa, promettendo il suo interessamento; ma è titubante di fronte alla intenzione espressa dal Lauro, di radunare un sinodo, che teme possa trasformarsi «Concilio nazionale» (19). In tal modo il Lauro progredisce nel suo compito. I cattolici si vedono premiati, sentono di essere tutelati e sostenuti ed acquistano coscienza della loro importanza nello stesso tempo che i nobili della Szlacha perdono terreno, si frazionano ed acuiscono  i loro contrasti col Re. Dopo qualche mese di lavoro, il Lauro comincia a vedere i frutti. Il 10 giugno, della ricorrenza del Corpus Domini, assistendo al fianco del re Enrico alle solenni funzioni ecclesiastiche, egli esulta e scrive che simili atti apportano edificazione grande a tutto il popolo (20). Ma un imprevisto sta per accadere, e tempi duri e gravidi di molti preoccupazioni si approssimano.

Il 14 giugno giunge notizia che Carlo IX, Re di Francia e fratello di Enrico, è morto. Enrico, dunque, è ora, anche Re di Francia. Nonostante la pubblica assicurazione di voler più che mai aver cura del Governo, della conservazione e dell’accrescimento del Regno [di Polonia], Lauro dubita fortemente che Enrico di Valois abbia veramente intenzione di continuare di occuparsi della Polonia. Perciò mentre da una parte sollecita la Santa Sede ad esercitare tutta la propria influenza sul Re, dall’altra egli stesso, direttamente, mostra ad Enrico quanto importava alla reputazione e degnità sua di mantenere entrambi e regni e come ciò non sarebbe stata cosa difficoltosa (21). Fatica sprecata!

Nella notte tra il 18 ed il 19, di nascosto, il Re lascia Cracovia e se ne torna in Francia. Una partenza che somiglia ad una fuga vergognosa! Lauro è ormai certo che Enrico non tornerà mai più in Polonia. E comprende che con lui si disperdono gran parte degli sforzi che aveva fatto per ridare ai cattolici l’iniziativa; con lui si dissolvono mesi di lavoro, di energie, di speranze. Di nuovo gli si parano davanti prospettive difficili, mesi neri di lavoro e di sofferenza, tempi duri, più duri perché pareva che fossero già passati. Ma non dispera. E non vuole farsi trovare impreparato. Non vuole che gli avversari possano approfittare dello smarrimento che circola nel partito cattolico, e raccomanda a tutti di stare uniti e concordi: Io non ho mancato con alcuni signori principali cattolici, che si trovano qui, far ufficio che si sforzino star uniti e persuader gli altri ad osservare la fede ed il giuramento al Re. Sa anche che proprio lui sarà il principale obiettivo delle minacce e delle intimidazioni dei nobili protestanti. Ma rimarrà al suo posto, esempio e guida per tutti i cattolici (22).

Questi, intanto, si dolgono altamente della partenza del Re, che considerano come il loro principal protettore, e subiscono un non piccolo sbandamento. I protestanti, invece, gioiscono e cercano di affrettare i tempi per dichiarare il Re decaduto e nominare, al suo posto, uno possibilmente a lor più favorevole.

Ora veramente l’attività del Lauro diventa febbrile: mentre, con saggezza e solerzia, usa ogni mezzo per far ritardare la convocazione generale del parlamento in Varsavia, dove i nobili protestanti chiederanno la decadenza del re, si appoggia più strettamente all’audace capo dei nobili cattolici, il Laski, che persuade della convenienza di evitare un qualsiasi mutamento di sovrano. Esorta cattolici ed ecclesiastici a non lasciarsi sopraffare ed intimorire, ma di prendere parte ai Congressi provinciali per controbilanciare e combattere le pretese dei protestanti e per sostenere la validità e la continuazione della sovranità di Enrico. In tal modo, egli pensa di conseguire due obiettivi: rendersi benemerito di re Enrico, caso mai quello intendesse, e fosse possibile, mantenere la sua sovranità; guadagnar tempo e studiare una diversa e favorevole soluzione. Infatti da quel momento in avanti, fa di tutto per entrare nelle grazie dell’infante Anna e per legarla sempre più alla devozione del Papa e della Chiesa Cattolica (23).

Finalmente, la Dieta di Varsavia ha luogo, e si decide di aspettare il ritorno del re fino al 12 marzo. Il Lauro respira. Ma qualcosa lo tiene in ansia: l’accordo che clero e nobili avevano stretto per tenere un sinodo ed appianare tutte le questioni pendenti fra di loro. Stavolta è proprio lui a temere che il sinodo possa degenerare in un concilio nazionale, tanto più che le minacce e le blandizie dei protestanti potrebbero indurre parecchi del clero ad agire in danno della religione. Ma riesce ancora ad evitare il raduno col persuadere l’arcivescovo ed i vari vescovi che, a tenore dei canoni del Concilio tridentino, i sinodi dovevano essere preventivamente approvati dal Papa (24).

Essendo venuto a conoscenza che il Valois non tornerà entro il termine fissatogli, ufficialmente continua a mostrarsi fedele al principio di rispettare la sovranità di Enrico, tuttavia, nel frattempo, si prepara ad affrontare la battaglia per la successione.

Egli personalmente non sembra molto favorevole alla candidatura austriaca: né dell’imperatore Massimiliano, né del principe Ernesto. E ciò sia per l’ostilità con cui gli Austriaci sono guardati dai Polacchi, sia per le poche garanzie che essi potrebbero dare in una lotta contro le sette contrarie (25).

Certo egli sa che, per la S. Sede l’Austria è una colonna della fede, una diga contro l’avanzare della potenza musulmana. E’ consapevole che coll’acquisto della Polonia l’Austria potrebbe divenire un baluardo del cattolicesimo nell’oriente europeo. Ma nota ed avvisa Roma che le simpatie della Polonia non sono per quella casata. Ancora dopo ricevute le disposizioni pontificie di favorire il principe Ernesto, sente il bisogno di avvertire che è molto dubbia la riuscita di una simile missione: oltre ad aver contrari i principali esponenti del Szlachta, tra i quali primeggiano i palatini di Polonia e Sandomiria, vi è da superare l’ostilità della Turchia, della Francia e della Russia (26).

Frattanto tutti i pretendenti ricercano il suo appoggio: il molto attivo Duca di Ferrara, che, tramite il suo ambasciatore, manda in Polonia una buona riserva di danaro (27), il re di Svevia; il principe Stefano Bathory: con tutti egli, saggiamente, temporeggia senza troppo compromettersi, ed aspetta fiducioso, che la Segreteria Apostolica si renda conto della realtà e rinunci ad appoggiare l’Austria. Visto infine che ogni sforzo in questo senso è vano, si adegua alle direttive papali ed indirizza tutti i suoi sforzi verso quell’unico obiettivo. Stringe sempre più il Laski alla causa della Chiesa, procurandogli soddisfazioni morali e facendogli intendere che potrà ottenere anche vantaggi materiali: così gli fa avere una lettera personale di S. Santità (29), lo fa riconoscere quale capo del partito cattolico e lo fa difendere dalle accuse di ribellione per aver occupato il castello di Lanckorona (30); sostiene la necessità che l’imperatore gli dia un aiuto concreto (31). Da parte sua, il Laski, roso dall’ambizione suscitatagli dalle promesse del Lauro, si dà, anima e corpo, a mettere in pratica i suggerimenti di lui. Non si preoccupa di agire contro la volontà della maggioranza dei Polacchi, contro le leggi, di attentare alla indipendenza dello stato; assolda un buon nerbo di armati, occupa Lanckorona, la principale fortezza del regno con l’intento di facilitare la marcia dell’esercito austriaco ed ostacolare qualsiasi altro pretendente al trono, per il quale dichiara apertamente di sostenere la candidatura austriaca (32).

Ma naturalmente, l’opera del Lauro non si limita al Laski. Egli si mostra ugualmente premuroso verso tutti gli altri signori cattolici: la famiglia Zborowski, il conte Rozdrazow, la famiglia Czarnkowiski e molti altri (33), e non trascura di fare tutto quanto è possibile per far pendere verso la candidatura austriaca anche qualche nobile protestante, ottenendo qualche successo con dei membri della casa Firlej (34). A questa opera essenzialmente politica, egli affianca quella religiosa, giacché non trascura mai la possibilità di favorire qualche conversione al cattolicesimo Anzi, per rendere più semplice la procedura chiede, ed insiste nel domandare, che gli vengano concessi dei «brevi» con la facoltà di assolvere i protestanti convertiti, affermando che detti «brevi» sono qui necessari per la salute de’ molti, i quali spesso sogliono ricorrere al gremio della Chiesa. E quanto più i suddetti brevi fossero ampli, apporterebbero maggior giovamento alla religione (35).

In campo ecclesiastico, sempre insistendo nel trattare colla massima deferenza l’arcivescovo Uchanski, che persuade a conservare la primazia (36), segue con amorevole attenzione l’attività di tutti gli altri; chiede il loro consiglio, anche se, talvolta, è già convinto di non poterlo seguire (37); non si lascia prendere dall’ira quando viene a conoscenza che alcuni vescovi macchinano contro di lui (38), e non si adeguano alle sue direttive (39); per vincere l’opposizione del vescovo di Cracovia, giunge a scrivere al Papa che, forse, non sarebbe inopportuno rivolgergli una lode (40). E’ sempre pronto a sedare le inimicizie e le inevitabili beghe tra di loro (41), mette a lato dei vescovi molto anziani e deboli, elementi giovani, attivi e di sicura fede in qualità di coadiutori (42), e di tutto il corpo ecclesiastico fa anche uno strumento politico di grande efficienza.

Sopratutto non trascura l’infante Anna; anzi fa notare al Segretario Apostolico l’importanza di lei: e percioché la signora Infante avrà seguito assai, bisognerebbe che l’Imperatore, in segreto, l’assicurasse di certo matrimonio col principe Ernesto, e posso dire che questo matrimonio sarà cagione dello stabilimento del regno nella sua persona (43) Ad essa promette il suo interessamento anche per dirimere alcune questione col Regno di Napoli (44).

Così, mentre svaniscono gli ultimi residui di simpatia per Enrico di Valois, Lauro si prepara a lottare per il trionfo della candidatura di Massimiliano nel prossimo comizio.

Questo viene aperto nella metà di maggio a Stezyka. Il Nunzio, come un generale in battaglia campale, dirige le operazioni dalle retrovie di Varsavia. Eccettuati il castellano di Plock ed il duca d’Olika, tutta la nobiltà è d’accordo nel dichiarare decaduto Enrico e nel chiedere una nuova elezione.

I pretendenti sono ancora gli stessi del 1572. Vi è anche Enrico, che, a traverso vari inviati: mons. D’Espeisses, Pibrac, e Bellegarde (che però non giunge in Polonia), fa sapere di voler mantenere il suo dominio. E vi sono in più le maggiori speranze dei «Piasti» (signorotti locali) che seguendo una politica di compromessi e di future concessioni, cercano di farsi posto tra i candidati; per l’Austria, oltre alla candidatura del principe Ernesto, (passata in secondo ordine) vi è quella personale dell’imperatore Massimiliano.

Fra discorsi di ambasciatori, contrasti, indecisioni, passano vari giorni. Finalmente il 26 maggio, sotto la presidenza del maresciallo Opalinski, i polacchi riescono a dar forma al primo atto necessario: cioè la dichiarazione che il re Enrico, non avendo adempiuto a tutte le condizioni, viene dichiarato deposto (45). Per il resto non si raggiunge alcun accordo eccettuato quello di radunare un nuovo Comizio Generale a Varsavia, il 17 novembre, e procedere alla scelta del nuovo re. Nel frattempo, è naturale, ciascuno cerca di portare l’acqua al proprio mulino, le passioni si scatenano ed i diversi antagonismi, eccitati e sostenuti dall’oro e dalle promesse di cariche e di onori fatte dai pretendenti o dai loro rappresentanti, si fanno più vivi e combattivi. In quel trambusto Lauro non perde la calma. Egli ha lavorato sodo per vincere la barriera di diffidenza che divideva le principali famiglie polacche da ogni forma di simpatia verso l’Austria; ed ora è tranquillo e consapevole di essere riuscito in gran parte del compito. Un compito davvero ingrato per le difficoltà intrinseche e per quelle che gli procura lo stesso interessato. Già, perché anche lo stesso suo candidato gli rende più difficile il lavoro! Ed il Lauro non nasconde il suo sdegno, appena appena diplomaticamente represso: ora scrive a Roma della posizione delicata e della situazione scabrosa in cui viene a trovarsi quando è costretto ad incontrare l’ambasciatore imperiale, che è protestante (46), ora avvisa che questo stesso ambasciatore invece di coadiuvarlo, va propalando voci per niente utili al suo sovrano (47).

In verità egli è terribilmente seccato di aver a che fare con il Dudith, di farsi vedere in sua compagnia, di concedere la sua parte di onore ad un protestante, che, per giunta, ha bisogno del suo aiuto senza cercare, a suo vedere, di facilitargli il compito. Non si accorge che la non cattolicità dell’ambasciatore imperiale potrebbe venir sfruttata ai fini politici e crear simpatie per l’Austria anche in larghi strati della nobiltà riformata. Intanto le settimane passano ed il novembre si approssima. Il Lauro vorrebbe molto più dinamismo da parte dell’imperatore, vorrebbe che impiegasse più mezzi e si mostrasse più deciso, non solo a parole; nota che molta parte della popolazione nutre verso di lui scarsa simpatia. I principotti locali e quello di Mosca, invece fanno di tutto per essere benvisti, ed egli con rincrescimento prevede che a Varsavia essi potrebbero cogliere una qualche affermazione (48). Forse ha l’impressione che neanche l’imperatore abbia molta fiducia in lui e non sa se è questa la causa per cui continua a mantenere quale suo rappresentante il Dudith, col quale il Nunzio è così riluttante a mantenersi in buoni rapporti (49). Questa specie di crisi di sconforto lo coglie ai primi del mese di ottobre. Ma, ai primi di novembre, il morale gli torna alto, nonostante le licenze anarcoidi di Piasti, il più netto a delinearsi della possibilità che venga eletto re il principe Bathory e nonostante i tentennamenti degli ambasciatori austriaci che, invece di accentrare gli sforzi solo sull’imperatore, puntano a volte anche sul principe Ernesto, a volte anche su Ferdinando. Di fronte a tali indecisioni, il Lauro non manca di ammonire: Questa divisione potrebbe esser causa di non poco impedimento alla casa d’Austria (50). Un’ottima mossa gli sembra quella dell’imperatore che, avendo fatto balenare ai nobili lituani la possibilità dell’unione con gran parte della Masovia e della Prussia, se li è fatti suoi entusiasti partigiani.

Iniziati i comizi, il 7, si comincia a dar ascolto ai vari ambasciatori, in attesa dell’arrivo dei delegati lituani.

Il Lauro impegna tutte le sue energie nella lotta, forza la volontà dell’arcivescovo, controlla i vescovi, incita i nobili, si affanna per poter manovrare un blocco compatto di votanti. Non manca chi sovreccitato dall’esempio e dalle parole del Nunzio è pronto a sostenere la causa dell’imperatore colla forza; ma Lauro sa bene quali siano le armi migliori, e calma gli impazienti dichiarando che gli avversari bisogna acquistarli con la dolcezza e non esasperarli con l’ostinazione (51).

Tanto lavoro meritava un premio, e lo ebbe.

Il 12 dicembre il Lauro, esultante, scrive a Roma: Oggi sulle 24 ore s’è per la grazia di Dio promulgato da mons. l’Arcivescovo il decreto dell’elezione in persona dell’Imperatore e di poi, in Chiesa, s’è cantato il «Te Deum Laudamus». Domani questi Signori dovranno trattar delle capitolazioni coi signori Ambasciatori, per formar, poi, il decreto in iscritto. Degnisi la Divina Maestà prosperar questa Santa azione colla pace e unione di tutte le nobiltà e del regno (52).

Effettivamente il bravo nunzio poteva rallegrarsi di essere riuscito dove né il Portico né il Commendone avevano ottenuto risultati soddisfacenti. Lui stesso, da principio, aveva nutrito ben poche speranze; invece aveva saputo prepararsi i mezzi ed il terreno per vincere la sua grande battaglia. Quanto umanamente si poteva pretendere, l’aveva fatto. Spettava ora all’imperatore completare l’opera. Massimiliano, però, non si mostrò all’altezza della situazione. Già qualche settimana dopo la fuga di Enrico de Valois, il Lauro aveva avvisato che la vittoria della candidatura austriaca dipendeva dalla celerità con cui l’imperatore avrebbe agito (53). Questo concetto egli ribadisce molte volte anche in seguito; il giorno stesso del suo trionfo ricorda: La nobiltà contraria è stata ostinata, ma per la grazia di Dio non si è venuti affatto alle armi, come si sospettava... Tutta l’importanza consiste ora nella celerità degli aiuti, come si è iscritto, per levar l’occasione, alla fazione contraria, di tentar qualche male (54).

Ma l’imperatore rimane alla finestra. Lascia che Lauro inciti alla fretta, che speri nella sua celerità e nei suoi aiuti per tutto dicembre e gennaio; lascia che sia preso dallo stupore della sua apatia, che si affanni a radunare gli ecclesiastici ed il partito favorevole per difendere la di lui elezione, che si attiri l’odio e le minacce degli avversari (55). Lui non si muove. E i giorni passano. Il Laski, esortato dal Nunzio, coraggiosamente ed invano, resiste in Lanckrona, senza che lui, l’interessato maggiore, muova un dito.

Ecco come il 22 dicembre il Lauro riassume la situazione al suo amico e protettore Duca di Savoia:

Hor qui si sta con grandissimo disturbo et timore, perché l’arcivescovo con la maggior parte del Senato, in compagnia di tutta la natione Lituana et Prutena et de molti Signori degli altri Palatinati et in particolar di questa provincia di Marsovia, hanno eletto per loro re l’imperatore, et il rimanente de la nobiltà, che voleva il Piasto, con alcuni pochi senatori, per poter opporsi a la potenza de l’Imperatore, elessero il Signor Palatino di Transilvania; il quale, per esser vicino et per haver il favore del Turco, saria sempre per resistere; ma affine che egli habbia ancora più seguito et più riputatione, hanno in un medesimo tempo nominata la Signora Infanta di Polonia, con ordine che né l’uno né l’altra possa pervenir a la corona eccetto con la celebrazione del matrimonio insieme.

Per il che la Repubblica è divisa, et con tutto ciò si spera che, se la Maestà Casarea userà la debita diligenza, resterà superiore senza effusione di sangue; ma se per qualche occasione non sollecitasse, il Regno è (che a Dio non piaccia) per incorrere in gran pericolo, con danno di tutta la Christianità, per la vicinanza del Turco… Io posso dire d’essere stato qui con fastidij jet travagli straordinari, et poi che è piaciuto a la Divina Maestà che N. Signore habbia data intera satisfattione sì al re Christ.mo in conservare il regno mentre ci è stata speranza, et sì a l’Imperatore per acquistarlo poi che bisognava venir a una nuova elettione, voglio sperare… ecc.  (56).

Frattanto il principe Bathory nominato re dal Sziachta dissidente, acquista sempre più numerosi partigiani ed avanza in Polonia.

Il Nostro, allora, pensa con evidente rimpianto all’energia ed alla virtù guerriera del Duca Emauele Filiberto di Savoia, pensa con un malcelato timore alla posizione imbarazzante in cui si verrà a trovare, quando il Bathory avrà occupato tutta la Polonia e spera che almeno il nunzio Torcello provveda a comunicargli in tempo cosa intenda fare Massimiliano (57). Purtroppo i suoi timori non sono infondati; nessuno gli risponde, nessuno sa cosa consigliargli. L’imbarazzo domina tutti. Solo più tardi, la morte dell’imperatore Massimiliano chiarirà la situazione.

Il principe Stefano Bathory, l’eletto dall’altra fazione, fa di tutto, nel frattempo, e con un buon intuito politico, per entrare in rapporti con il Nunzio. Sin dal novembre 1574 egli dispone che il suo ambasciatore in Cracovia lo avvicini e gli porga il suo omaggio (58). Lauro percepisce abbastanza presto cosa rappresenti già quel principe transilvano, che gode in Polonia di un buon seguito e che si mostra tanto intraprendente. Verso di lui prova una istintiva simpatia, ed insieme un rincrescimento di non poter prendere iniziative, di non poter forzare le direttive di Roma e la complessa situazione diplomatica. Qualche dubbio sulle intenzioni del Bathory gli viene più tardi, allorché gli si fa sapere che il principe non ha scrupolo a servirsi di «eretici». Ma non si serve di un ministro protestante anche l’imperatore? E l’ammirazione rinasce nel constatare la gagliardia con cui conduce le sue pratiche (60), rinasce nel constatare che è un uomo che desidera le cose grandi e lo persegue con fede e decisione.

A metà aprile, prima ancora che Stefano Bathory entrasse in Cracovia e sposasse Anna Jagellona, Lauro aveva compreso che il regno di Polonia era da considerare irrimediabilmente perduto per l’imperatore Massimiliano. In tempo ancor utile per salvare la Santa Sede da una sconfitta diplomatica egli aveva scritto e riscritto sulla necessità di mutare la politica vaticana nei confronti del principe transilvano ed aveva anche cercato di renderlo accetto agli ambienti di Roma, testimoniando che egli è da ciascuno riputato tanto cattolico e devoto alla sede apostolica (62). E qui è evidente la poca duttilità del cardinale Gallio e della Segreteria Apostolica e la loro poca tempestività. Invano il Nostro aspetta di giorno in giorno le nuove direttive: gli eventi incalzano e a Roma pare che non si dia alcuna importanza ai fatti nuovi. Bathory infatti pian piano consolida la propria posizione ed il 1. maggio viene incoronato re. Il Lauro, non avendo ricevuto le direttive che aspettava, perde un po’ la testa e, credendo di non compromettere la posizione della Santa Sede, si allontana da Varsavia per non assumere alcun atteggiamento pregiudiziale di fronte al nuovo re (63). Bathory forse comprende l’imbarazzo del Nunzio e prende l’iniziativa di scrivergli. Un suo inviato l’11 giugno raggiunge il Lauro e Chroslin e gli recapita sue lettere scritte in forma molto cortese.

Era ormai ora che Lauro agisse di sua testa e dipanasse colle proprie mani l’intricata matassa. Purtroppo non ne ebbe il coraggio. Costretto a rispondere, lo fece a metà, senza indirizzare la risposta al re. Bathory stavolta si arrabbiò e lo invitò ad uscire dal regno: rientrerà solo quando il Papa non lo avrà autorizzato a riconoscerlo re (64).

Gli avvenimenti avevano trovato del tutto impreparati gli ambienti della curia romana, malgrado la minuziosità dei messaggi del Nunzio e malgrado le relazioni che giungevano al cardinale Hosio.

A sconvolgere ancor più i piani, e nello stesso tempo a capovolgere la posizione del Papato di fronte al Bathory, giunse la comunicazione del 5 luglio, nella quale Bathory stesso avvisava il Papa della sua elevazione al trono polacco, chiedeva protezione e prometteva l’invio d’una sua rappresentanza.

Ma a Roma si voleva sostenere ad oltranza la nomina di Massimiliano, e non si badava alle incalzanti invocazioni del Nunzio. Il pericolo d’incorrere in danni irreparabili e nella rovina delle posizioni cattoliche polacche non sembra fosse valutato in pieno (65). Ancora a metà ottobre, si ragiona sulla costituzione di una speciale congregazione per discutere la posizione da assumere nei riguardi della situazione polacca! Ancora al 18 ottobre, Lauro riceve dal card. Gallio disposizioni che prevedevano: «in caso che l’imperatore vada in Polonia!» (66). Buon per tutti, che la morte di Massimiliano pose fine all’intricata questione.

Il 6 novembre, finalmente, Gregorio XIII formulò il breve con cui riconobbe il nuovo re di Polonia e gli accreditò quale Nunzio Vincenzo Lauro (67). Meglio tardi che mai. Però, stavolta era oltremodo tardi.

Il vescovo di Mondovì tutto s’aspettava fuor che d’essere confermato nella carica. Nell’estenuante lavorio cui si era sottoposto sin dall’arrivo in quel regno, affrontando il disagio di lunghi viaggi e di un clima cui non era abituato, spendendo energie fisiche e psichiche, sopportando intimidazioni, ansie, pericoli, la sua salute aveva sofferto duramente. Il suo vecchio corpo soffriva. Ma, ancora una volta, Vincenzo Lauro più che ai suoi mali pensava alla sua missione. Soprattutto era preoccupato di non essere più adatto al compito, a causa della frattura che si era creata fra lui ed il re (68).

Invece la sua fine diplomazia, e forse la stessa sua fermezza nel fare il proprio dovere, lo riportano a galla. Non tarda molto ad entrare nelle grazie di Stefano. Il loro primo incontro, avvenuto nei primi giorni di marzo, fu dei più cordiali; in realtà né l’uno né l’altro avevano particolari e personali motivi di risentimento: entrambi avevano fatto quanto la situazione li aveva obbligati a fare. Per ben tre ore il re ed il Nunzio stettero a colloquio e, non avendo ultimata la conversazione, tornarono a vedersi l’indomani.

Lauro, del re, ricevette un’impressione ottima, sia per quanto riguarda il fisico sia per quanto riguarda lo spirito. Egli comincia a dichiarare di portare a lui ed al popolo polacco la benedizione e l’attestazione della benevolenza del Papa. Lo esorta quindi ad inviare un’ambasceria al Papa ed un’altra all’imperatore per un omaggio a quelle due supreme autorità e per unirsi alle nazioni cristiane; in tal modo, e staccandosi dai Turchi, poteva sperare d’innalzarsi tra i re e rendere grande sé stesso ed il proprio popolo. Coglie l’occasione per esaltare le di lui preclare virtù guerriere e gli dichiara che esse potrebbero essere di grande utilità per la sua gloria e per la fede cristiana. Egli lo spera, tanto più che se manca di danaro – questo glielo sottintende – la Chiesa potrebbe benissimo venirgli incontro.

La risposta del re è ponderata e lusinghiera per il Nunzio. Sia che il Bathory fosse davvero convinto che l’unità di fede dei suoi popoli fosse utile al loro buon governo, sia che sperasse, mediante l’assistenza delle nazioni cattoliche, di sottrarsi alla soggezione turca, egli risponde che avrebbe fatto tutto il possibile per accontentare il S. Padre; che avrebbe inviato l’ambasceria ed avrebbe cercato di seguire i suoi paterni consigli. Le riserve espresse riguardano l’ambasceria all’imperatore. Lauro in complesso è molto soddisfatto. Tanto più che il re ha spinto la sua cortesia fino a pregarlo di rimanere a Corte ed al suo motivato e cortese rifiuto, ad accordargli di rimanere in Varsavia presso la regina (69).

La onorifica accoglienza riservatagli dal re, giungeva per lui ben a proposito. Non era infatti mancato, fra i vescovi ed il clero polacco, chi aveva cercato di speculare sul suo dissidio col re, ed aveva sperato che potesse prolungarsi ancora per molto. Ora la deferenza e la stima di Bathory rimettevano le cose nel pristino stato e restauravano la sua già scossa autorità. Un altro avvenimento contribuisce ad innalzare di nuovo l’autorità ed il potere del Nunzio.

Mentre era in esilio in Cecoslovacchia, il clero polacco, spinto dal vescovo di Cracovia (morto poi nel marzo), aveva con molta insistenza richiesto al Nunzio l’autorizzazione di tenere un sinodo. Il Lauro sia perché non era sicuro di poter presenziare, sia perché cominciava a dubitare del suo ascendente, sia perché temeva che la riunione potesse degenerare in un Concilio Nazionale, aveva sempre resistito alle richieste. Ora, liberato dal timore di poter rimanere assente, e più confidente in sé stesso, annuisce alle preghiere del clero. Anzi muta del tutto parere e loda il vescovo di Cujavia di aver tanto fatto per promuovere il sinodo, che sarebbe certamente riuscito cosa graditissima a Dio ed alla Santa Sede (70). Quale era il motivo del mutamento? Per prima cosa l’opportunità che gli si presentava di fare accettare il Concilio Tridentino, ed in secondo luogo la possibilità di rendere un servizio gradito al re. Infatti, prima di accettare, egli si era fatto promettere dal vescovo di Cujavia e dagli altri ecclesiastici che ogni cosa verrebbe fatta in piena osservanza dei canoni tridentini.

L’arcivescovo intima il sinodo per il 19 marzo in Petricovia. La grande assemblea ecclesiastica viene regolarmente aperta, con un rilevante intervento di partecipanti, sotto la presidenza del Lauro, il quale accortamente si assenta ogni qual volta si discutono problemi essenzialmente politici. La prima questione discussa è di natura disciplinare. Il Lauro, stranamente, non s’impegna e lascia che siano i polacchi stessi a decidere sulla revoca di una nomina a vescovo. Ma si riserba per la questione successiva, che per lui (e per Roma) riveste la massima importanza. Però tutto fila regolarmente e può con orgoglio annunziare a Roma, che nella seduta di giorno 20 è stato accettato il Santo Concilio Tridentino senza niuna eccezione; ed eletti i deputati, tra cui il vescovo di Cujavia, per formulare le Costituzioni Sinodali (71). Il terzo argomento verte su un contributo da offrire al re e cooperare alla guerra di Danzica. Anche questo argomento interessa il Nostro. Che agisce davvero con somma prudenza per poter rendersi benemerito presso il re senza scontentare, nello stesso tempo, i vescovi ed il clero. Egli presenta questo contributo non come la soddisfazione di un regolare obbligo, che bisogna soddisfare anche di mala voglia; bensì come una compartecipazione del clero alla guerra di Danzica, una guerra di natura più religiosa che politica – egli fa notare – perché viene combattuta contro gli eretici. Perciò i contributi individuali non possono essere i soliti. Ognuno deve dare di più, in quanto suddito ed in quanto cattolico. Il re poteva essere contento del Lauro e del clero cattolico.

Il 28 maggio Lauro, soddisfatto, chiude la sua relazione: La sinodo si è conclusa con la unione, pace e concordia, che si poteva desiderare, e con soddisfazione di tutti; la qual cosa siccome apporta grandissima edificazione ai cattolici, così dà confusione alla parte contraria (72).

Il 6 giugno successivo, in occasione delle solenni feste tenute a Varsavia per il «Corpus Domini», alla presenza della regina, egli pubblica con solennità la bolla «In Coena Domini». E così, senza alcuna opposizione, un altro fondamentale pilastro della controriforma è introdotto in quel regno (73).

Ora l’altro grande obiettivo che gli rimane da cogliere è la riappacificazione tra Stefano Bathory e l’imperatore d’Austria. Vi aveva pensato sin dal tempo del suo momentaneo esilio; l’aveva incitato su quella strada anche il cardinale Gallio, insistendo a tal punto da fargli quasi perdere la pazienza (74). Il Nostro agisce sui due fronti: da una parte interessa il Nunzio Torcello (75) e dall’altra ne parla al re riuscendo, malgrado la reciproca diffidenza, ad intavolare trattative.

Nel febbraio finalmente gli giunge la desiderata notizia del richiamo in Italia In un controllato slancio scrive: Io ho, con mia gran consolazione, inteso dalla suddetta lettera duplicata, che N.ro S.re s’era per benignità degnato avere compassione della mia età senile e farmi grazia di liberarmi dal gelo di questa regione con l’aver già destinato Mons. Calegari per mio successore (76). Tuttavia continua a prestar tutto il suo interessamento alla restaurazione della disciplina nel clero ed in conformità ai canoni tridentini estrania gli elementi indegni, e prende le opportune misure affinché gli ecclesiastici si comportino bene, vestano l’abito e rimangano nelle loro sedi. Però non cessa di essere, in alcuni speciali casi, pietoso e conciliante (77).

Si devono anche alla sua prodigiosa attività: l’incremento dell’Università di Cracovia (78); l’invio a Roma di bambini ucraini per farli studiare (79); l’introduzione in vari luoghi dei gesuiti, ed il loro incremento; l’inizio delle trattative per cattolicizzare la Svezia e l’invio di padre Possevino in quella nazione e poi in Russia.

In complesso l’opera del Lauro fu positiva. Certo non fu immune da errori di valutazione politica e di azione diplomatica, furono però errori veniali dai quali nessun grande diplomatico risultò esente. Tra questi errori non si deve inserire la sua prolungata posizione a favore dell’Austria, che gli venne imposta dalla S. Sede, né l’aver preteso dal re Enrico la quasi totale ed integrale restaurazione della controriforma. Questo errore gli fa il Pastor e qualche storico moderno. Ma non bisogna scordare che questo era proprio il suo compito e che non a lui spettava di accontentare i protestanti e tutelare la libertà.

I tempi erano con lui.

Perciò con la coscienza di aver fatto quanto necessario al bene della Chiesa cattolica, alla fine di agosto, egli passa le consegne al nuovo Nunzio Callegari e riprende la via per l’Italia. Non senza fare una capatina a Praga per completare le trattative di amicizia tra Stefano Bathory e l’imperatore.

Parte da Praga il 4 ottobre e giunge a Trento il 1. novembre (80). Postomani (81) con l’aiuto di Dio mi avvierò verso il Mondovì e di là, dopo aver dato rassetto alle cose di quella chiesa, e provvisto ai miei bisogni, me ne verrò a Roma, per supplire come devo, almeno in parte, al debito della devotissima e umilissima servitù mia verso N. Signore nella quale riputerei per mia intera contentezza, quando mi fosse concesso, poter vivere e morire nel servizio e appresso i santissimi piedi di Sua Beatitudine (82).

 

NOTE

 

(1) GIOVANNI, in C. BARBAGALLO L’età della rinascenza e della riforma «Storia Universale» Vol. 4., Torino, UTET, 1936 pg. 591.

(2) A. THEINER – Annales Ecclesiastici. Tomo I, Roma, 1856. Bolla di Greg. XIII del 12 dic. 1575. Pg. 161.

(3) Non possiamo accettare che solo parzialmente la tesi di M. GROSSO e M. F. MELLANO (La Controriforma... cit., vol. I, pg. 126) in quanto il N. non fu né dismesso, né inviato in una sede meno importante, è però da rigettare l’ipotesi del TRITONIO (Op. cit. pag 36), accolta da T. WIERZBOWSKI (Vincent Laureo, evéque de Mondovi, nonce apostolique en Pologne, ecc, Varsevie, J., Berger, 1887) che la nunziatura polacca gli fu concessa per premio.

(4) Il 17 gennaio parte da Torino per Genova: Lauro al Card. Borromeo il 17 genn. 1573 in: WIERZBOWSKI. Giunge a Roma nella prima settimana di febbraio: Lauro a Emanuele Filiberto, il 3 febbraio 1573: ARCH. STATO TORINO (A.S.T.) «Lettere Vescovi».

(5) Il 22 giugno è ancora in Piemonte, come risulta da una sua bolla a favore del Seminario di Mondovì; ma già il 12 agosto Emanuele Filiberto gli indirizza una lettera a Parigi, alla quale egli risponde il 12 settembre. A.S.T., Lettere di Vescovi: Mondovì – Lauro a E. Filiberto.

(6) Lauro al Gallio: Parigi, 11 sett. 1573, in THEINER, I, 377. Egli non era stato certamente messo al corrente della situazione di Polonia; perciò si scandalizza un poco nel constatare come, pur essendovi solo 4 protestanti sugli 11 componenti l’ambasceria, questi in gran maggioranza sono favorevoli alla «Confederazione», cioè accordi sulla libertà di fede.

(7) Lauro al Gallio, Parigi 11 e 27 sett. 1573 in THEINER, I, 377-8, TRITONIO, pg. 37-38.

(8) Il 2 dic. era col re a Blamon. DE NOAILLES, Henry de Volois et la Pologna in 1572. Paris, 1878.

(9) Lettera del Lauro del 5 febbr., in WIERZBOWSKI (anche le successive citazioni di lettere sono tratte, salvo indicazione contraria, da quest’opera).

(10) Lauro a Gallio, il 26 febbraio 1574.

(11) Lauro a Gallio, il 16 febbr. 1574.

(12) Lauro a Gallio, il 26 febbr. Vedi anche: DE NOAILLES op. cit. e TRITONIO, pg. 38.

(13) Lauro  a Gallio, il 26 febbr.: sul giuramento i cattolici non tengono molto conto di questa giunta allegando che tocca al re d’interpretarla.

(14) Lauro a Gallio, il 3 marzo 1574.

(15) Lauro da Cracovia, il 21 aprile 1574. Doc. N. 10.

(16) Lauro da Cracovia, l’8 maggio 1574 ed 21 aprile: docc. 12 e 10.

(17) Lauro da Cracovia, maggio (doc. N. 14)

(18) Lettera da Cracovia (N. 14).

(19) Lettera da Cracovia, il 27 marzo (N. 7); maggio (N. 14); 1 aprile (N. 10) 1574

(20) Lettera da Cracovia, 11 marzo 1574 (N. 15).

(21) Basta un’armata in Danzica per tenere in soggezione il principe di Mosca e qualche nobile locale, ed essere più munifico verso i soggetti. Lauro, il 17 giugno 1574 (16).

(22) Lauro, il 21 giugno 1574 (N. 17) e il 30 giugno (N. 18). Anche il palatino Laski lo consigliava infatti di allontanarsi temporaneamente da Cracovia.

(23) Lauro, 3 agosto 1574 (N 20); 31 agosto 1574 (N. 23).

(24) Lauro, 23 sett. 1574 (N. 27). Il lauro non teneva conto, però, che il Concilio non era ancora stato accettato in Polonia.

(25) Lauro da Varsavia, il 23 sett. 1574 (N. 27); da Skierniewice, il 16 ott. (N. 31) e 8 dic 1574 (N 37).

(26) Lauro da Skierniewice, il 10 febbr. 1575 (N 41). La disposizione di aiutare Ernesto era stata ricevuta a metà gennaio. Lett. Del 10 genn. 1575.

(27) Da Skierniewice, il 15 nov. 1574 (N. 33), 28 febbr. 1575 (N 44), 29 marzo 1575 (N. 48)

(28) Da Skierniewice, il 15 nov. 1574 (N. 33), id. 7 genn. 1575 (N. 39).

(29) Lauro da Cracovia, il 3 agosto 1574 (N. 20).

(30) Lauro da Skierniewice, il 12 genn. 1575 (40); id. 10 febbr. 1575 (42).

(31) Lauro da Skierniewice, il 10 febbr (43), id. 19 marzo (46); in un certo senso fa dipendere dal Laski anche la conferma del «cavalierato» di S. Maurizio e Lazzaro concesso da C Emanuele ad un nobile polacco. A.S.T., Lettere Vescovi: Mondovì – Lauro al Duca il 12 dic. 1575.

(32) Lauro da Varsavia, il 29 aprile 1575 (52).

(33) Lauro, il 10 febbr. (42) cit.; 19 marzo 1575 (46); da Skierniewice.

(34) da Varsavia, il 10 aprile 1575 (51).

(35) Lauro da Skierniewice, il 15 nov. 1574 (33); id. 20 dic. 1574 (38); id. 29 marzo 1575 (48).

(36) Lauro da Cracovia, il 3 agosto 1574 (20).

(37) Lauro da Skierniewice, il 31 agosto 1574 (23).

(38) Lauro da Skierniewice, il 16 ottobre 1574 (31).

(39) Lauro da Skierniewice, il 12 genn. 1575 (40).

(40) Lauro da Skierniewice, il 26 marzo 1575 (47).

(41) Lauro da Skierniewice, il 26 marzo 1575 (47); Varsavia 2 luglio 1575 (62).

(42) Lauro da Skierniewice, il 4 dic. 1574 (36).

(43) Lauro da Skierniewice, il 10 febbr. 1575 (42) cifrato.

(44) Da Varsavia, 28 maggio 1575 (57).

(45) Da Varsavia, 9 aprile 1575 (59).

(46) Da Varsavia, 26 maggio 1575.

(47) Da Skierniewice, 12 aprile 1575.

(48) Da Varsavia, 10 ott 1575 (71).

(49) Id. 27 ottobre 1575 (57).

(50) Id. 13 nov. 1575 (77).

(51) Id. 3 dic. 1575 (80).

(52) Id., Doc. N. 83.

(53) Lauro da Cracovia, il 3 agosto 1574 (20).

(54) Lauro da Varsavia, il 12 dic. 1575 (83).

(55) Lauro da Varsavia, il 14 dic. 1575 (84); Lauro da Varsavia, dic. 1575 (90).

(56) A.S.T., Lettere Vescovi, Mondovì: Lauro. In questa lettera il N. rimpiange che Em. Filiberto non si sia presentato candidato. È comune opinione – scrive – che l’Alt. V., al sicuro sarebbe riuscita Re di Polonia col consentimento di tutti gli ordini del Regno.

(57) Sul duca di Savoia. Lettera da Varsavia, del 16 genn. 1576; sulla mancanza di precise direttive della Segreteria Apostolica e di informazioni del Torcello, vedi tutte le lettere dalla fine di febbraio in poi.

(58) Lauro da Skierniewice, il 15 nov. 1574 (Doc. N. 33).

(59) Lauro a Gallio da Varsavia, il 16 sett. 1575 (Doc. 69): Prima scrive che il Transilvano (Bathory) si fa valere in alcune scaramucce alla frontiera; poi aggiunge: E’, per quanto ho inteso ultimamente, comparso in Cracovia il Blandrata, italiano e, credo, mantovano, trinitario pessimo, il quale è medico e consigliere del Transilvano e pratica gagliardamente per il detto Transilvano, della cui religione mi fa grandemente dubitare l’aver appreso di se, e nel suo consiglio, simili persone, ancorché il prevosto di Bochnia m’abbia affermato c’egli è veramente cattolico.

(60) Lauro a Gallio, da Varsavia, il 10 ottobre (Doc. 71), il 13 nov. (Doc. 77) ed il 17 dic. 1575 (Doc. 86)

(61) Lauro al Gallio ed al Torcello, da Varsavia, il 7 febbr. 1576 (Doc. 96).

(62) Lauro al Gallio, da Varsavia, il 18 febbr. 1576 (Doc. N. 97).

(63) Lauro al Gallio, da Varsavia, il 29 marzo 1576 (Doc. 111). Da notare che poi da Lowicz egli manda a dire circa le buone intenzioni di Sua Santità nei di lui riguardi. E pensare che gli stessi Ambasciatori Cesarei gli confessano che io poteva riconoscerlo per re, perché ad ogni modo Nostro Signore col tempo bisognerà che lo faccia, o per mezzo mio o d’altri. Lauro al Gallio, da Lowiez, il 9 giugno 1576 (Doc. 113).

(64) Lauro al card. Morone, da Vratislavia, il 25 giugno 1576 (Doc. 114). E’ pure da considerare gravissima colpa  della Segreteria Apostolica di essere stata poco tempestiva e del card. Morone, che non curò di notificare al Lauro quanto scriveva a Roma circa le intenzioni dell’Imperatore: Sua Maestà mi declarò con longo discorso che l’intentione sua non fu mai d’haver quel regno per se né per li suoi figlioli… Lettera del 19 giugno 1576 del Morone al Gallio, in J. HANSEN. Nuntiaturberichte aus Deutschland. Berlin 1894 vol. 2.

(65) J. PASTOR, Storia dei Papi, cit., IX, 676.

(66) Doc. 127, con lettera del Lauro al Gallio, da Vratislavia, del 18 ottobre 1576 in cui esprime il suo pensiero: Credo bene che Sua Santità abbia a fare altra risoluzione. Qui notiamo che è del tutto gratuita l’affermazione di M. F. MELLANO (La controriforma nella diocesi di Mondovì, cit. pg. 110) secondo cui Lauro appoggiò il principe di Mosca.

(67) J. PASTOR, Op. cit., IX, 676.

(68) Lauro da Vratislavia, il 28 ott. 1576 (Doc. 128); id., il 4 genn. 1577 (Doc. 135). In quest’ultima si lamenta d’aver perduto, a causa del clima, tutti i denti e si augura che la Sanità Sua si sarà degnata liberarmi dall’intemperie di questa zona.

(69) Lauro da Petricovia, il 10 maggio 1576 (Doc. N 152).

(70) Da Varsavia, il 4 marzo 1577 (N. 142). Egli però aveva timore che il Sinodo si potesse tenere anche senza la sua autorizzazione, a causa dei bisogni del re. Vedi anche lettere del 10 marzo 1577 (143) e del 14 marzo 1577 (145).

(71) Da Petricovia, il 10 maggio 1577 (153).

(72) Id. (153).

(73) Lauro da Varsavia, il 17 giugno 1577 (Doc. 176).

(74) Da Vratislavia, il 24 febbr. 1577 (Doc. N. 140).

(75) Da Petricovia, il 22 aprile 1577 (Doc. N. 151).

(76) Da Varsavia, l’11 febbraio 1578 (180).

(77) Lettere da Varsavia, del 23 sett., 3 nov., e 17 giugno 1577 (Docc. 166, 170, 156).

(78) Lettera da Varsavia, del 12 luglio 1577 e 28 genn. 1578 (Docc. 159 e 177)

(79) Lettere da Varsavia, del 5 aprile e 25 aprile 1578 (Docc. 188, 190)

(80) E’ ospite del cardinale Madruzzo – Lettera da Trento (Doc. 204).

(81) Cioè il 3 novembre.

(82) Citata lettera da Trento del 1. nov. 1578 (Doc. 204). Da notare la nobile risposta all’invito del cardinale Hosio di seguire il re: Non penso di aver a diventare nella mia vecchiezza sacerdote militare, ancorché mi accomoderei al tutto, purché così ricercasse il servizio della Santa religione e della Maestà sua.

 

TROPEAMAGAZINE
56^/57^ Tornata Gen/Feb 2011 - Mar/Mag 2011

VINCENZO LAURO

di Antonio Francesco Parisi

INDICE
|  Biografia  |  Prefazione | 
La città natale, la famiglia, l'infanzia, i primi studi, i primi impieghi  
|  Le prime esperienze e i primi incarichi |
Da medico dei corpi a pastore di anime  |  Nunzio in Scozia  |
La prima Nunziatura in PiemonteLa Nunziatura in Polonia  |
Il "tutore di Carlo Emanuele" (1580 - 1585) - La nomina a Cardinale

| Il Cardinale del Mondovì Abate di Pinerolo |
|Il mecenate - I suoi rapporti con Caro, B. e T. Tasso, Speroni, Botero, e altri  |
Il periodo romano - La morteBibliografia essenziale |