Bozzetto scenografico del Dramma "I Goti" di F. Ruffa. Gidilfo si rifiuta di occupare il seggio dell'estinto padre Alarico

INTORNO AL BRANO
DI UN POEMA DRAMMATICO DI
FRANCESCO RUFFA
INTITOLATO
I GOTI
 

di Lorenzo Morgigni
(1837)


E' una nota critica a firma di Lorenzo Morgini che al tempo del Ruffa era considerato uno dei più accreditati critici teatrali. Ancora una volta l'Autore tropeano esce a testa alta in occasione della presentazione del nuovo dramma "I Goti" di cui era stata pubblicata nelle riviste specializzate dell'epoca un'anticipazione e che in seguito non sarà mai dato alle stampe. In questo caso il gran "fabbro di sonetti" si conferma drammaturgo di tutto rispetto, tenuto conto che la produzione teatrale lo rese molto popolare non solo sulle scene della Capitale. C'è da augurarsi che una più approfondita rivalutazione dell'opera teatrale dell'autore tropeano metta in luce quest'aspetto, non del tutto trascurabile tra le molteplici attività della sua opera letteraria.
Molto curioso, nella nota a piè pagina, la citazione del nome della Compagnia teatrale che mise in scena nel 1822 "La Morte di Achille" quando l'Autore era ancora diciannovenne.
Francesco Ruffa nasce nel 1792 a Tropea e vi muore nel 1861. Come scrittore ha un temperamento tragico, e la sua vena poetica è alimentata delle
letture dell'Alfieri, di Voltaire e dalla storia calabrese. A 12 anni scrive la sua prima tragedia, il cui argomento tratta "l'avventura di Belfiore e di
Federico Lanicci". Scrive inoltre "Ninia", "La morte di Achille", "Le Beladi", "Teramene", "Agave", "Codro". Il filone delle tragedie del Ruffa è quello classico dei tragici greci, di Voltaire, di Alfieri e di Metastasio. E' stato anche compilatore delle appendici letterarie del Giornale officiale e più tardi revisionatore delle opere teatrali.

Appena venuta in luce questa novella poesia di Francesco Ruffa, tutti si son fatti avidamante a leggerla, trattandosi non solo di versi dell'autor dell'Agave, ma di una novità arrecata con essa in letteratura. Ed avendola ancora io e letta e studiata, reputo opportuno il farvi sopra qualche ragionamento, non meno pel Brano considerato in se medesimo, che per quanto esso promette come parte di ben ampio ed importante componimento. E' d'uopo peraltro che io prenda un poco più innanzi le mosse, volgendo un rapido sguardo alla scuola dal Ruffa seguita ed ai passi da lui dati nell'arte, acciò si possa così chiaramente scorgere il cammino che fin ora ha egli percorso.
Lo Alfieri creava appena la tragedia italiana, ed il chiarissimo Francesco Ruffa, giovinetto ancora, uno de' primi in Italia e primo in Napoli seguiva la carriera luminosa di quel sommo, scrivendo tragedie nella greca forma, detta comunemente classica, ed esponendole al cimento della scena1. Ma pure fin d'allora nella prefazione al suo Codro parlava delle due unità di tempo e di luogo come di due gravissimi incomodi ed inconvenienti nelle tragiche azioni, e ciò quando non era per anco in voga il Romanticismo in Europa. Egli dippiù allontanavasi dall'Alfieri e dagli altri classici anche in quella medesima forma, dappoichè egli, come fu ben notato da alcuni giornali francesi, e specialmente dalla Quotidienne (anno 1836, n.° 297), in un articolo intorno allo Stato attuale della letteratura italiana, <<in vece d'imitare questo poeta (l'Alfieri), egli (il Ruffa) ha imitato la natura: ha studiato a lungo il cuore umano per comprendere i caratteri de' personaggi che desumeva dalla storia, e che presentava sulla scena. Il quale studio gli ha dato il secreto di porre in moto le passioni, di crear situazioni, un nodo, uno scioglimento. Se è stato fedele alle regole, si è almeno liberato da certi pregiudizi, fatti per limitare la scelta del subbietto e per restringere il campo della tragedia. Egli ha ricercato le cause di un avvenimento anzichè l'avvenimento in sè stesso, e la storia di tutti i tempi è addivenuta per lui un'ampia fonte di situazioni drammatiche. Codro, Terramene ed altri eroi di età molto posteriori, erano per lui caratteri fecondi d'immagini e di passioni, gli offerivano l'uomo diversamente modificato. Le qualità notabili di questo autore meritano di esser meglio conosciute e meglio stimate>>.
Anch'io nelle mie note alla Mitologia di Lefrane parlando dell'Agave di Ruffa, aveva accennato che ivi i principali caratteri presentavano uno sviluppo che potea dirsi compito. Or lo stesso di lui principio, di concepirsi la tragedia in modo che l'azione servisse i caratteri, e non i caratteri l'azione precedentemente immaginata, doveva renderlo poco contento della stretta forma classica, in cui appena il carattere di qualche personaggio primario potrebb'essere sviluppato, ed anche ciò a gran fatica e non in tutti i soggetti. E però è andato sempreppiù ampliando l'applicazione di questo principio nelle posteriori sue tragedie, non ancor conosciute dal pubblico, ma non ignote ai suoi amici. Avendo infine riconosciuto se non l'impossibilità assoluta, la difficoltà almeno quasi insormontabile di scriversi oggi un poema epico, ha creduto che la poesia potesse supplirvi col poema drammatico, più adatto allo spirito positivo e filosofico del secolo. Ha quindi concepito una specie di poema rappresentativo che serbasse tutta la latitudine di luogo, di tempo e di persona conceduta all'epico poema, e fosse libero dalle convenienze e dalle regole della tragedia sì classica che romantica. Il primo saggio che ha voluto dare di questa specie di composizione è un poema intitolati i Goti, in cui prende a dipingere gli avvenimenti di una età troppo importante nella storia d'Italia, e la rovina di Amalasunta; catastrofe che menò seco anche il fine di quel sistema d'affratellamento tra i Barbari e gl'Italiani a cui aveva cominciato a dar opera il gran Teodorico.
Io avrei ben voluto che il Ruffa avesse pubblicato intero questo suo lavoro, ma non so lodare il suo divisamento di darne staccato un piccol brano. I brani di un dramma non conosciuto non possono mai interessare il pubblico, soprattutto se l'argomento non sia di molta notorietà, poichè mancando la cognizione de' fatti antecedenti e de' caratteri che sono in iscena, non puossi dare a ciò che i personaggi dicono e fanno tutta la importanza che forse meriterebbero.
Del resto questa parte del suo poema, anche così come a noi si presenta, ci mette sott'occhio un'azione che per sè stessa facilmente s'intende. Apresi la scena con un congresso de' capitani Goti indignati per la morte di Alarico, loro supremo duce, fatto trucidare dalla regina Amalasunta, ed uno fra essi espone appunto il motivo di quell'adunanza. Lamentano anche la perdita di Gidilfo di lui figliuolo, che credono ugualmente assassinato. Or mentre deliberano sul modo di vendicar tale offesa e di provvedere ai mezzi onde serbare il loro dominio in Italia e la loro supremazia nella Corte de' propri Re in Ravenna, espellendone i Romani; mentre per la disparità de' pareri sentono maggiormente la mancanza di Alarico e della sua stirpe, ch'era pur l'anima informante la loro nazione, sopraggiunge inaspettatamente Gidilfo e riaccende il loro coraggio. I soldati voglion vederlo: alle loro grida, le tende che formavano il recinto ove sedevano a consesso i capitani, si aprono, e Gidilfo trovasi al cospetto del campo intero, a cui nella sua commozione cerca invano di parlare. Terigi suo scudiere spiega intanto alla vista di tutti il mantello insanguinato di Alarico, ed esprime il costui ultimo volere, che quello divenga la loro bandiera. L'ira de' soldati è al suo colmo; il grido di vendetta scuote Gidilfo, ed egli avvalora questo affetto in tutti gli animi con far palese il disegno di Amalasunta di ridurre l'esercito goto a romane legioni, e con narrare le sventure e l'esilio del congiunto della Regina principe  Teodato perchè propugnatore della comun causa. Tutti desiderano di sapere dove questi fosse, ed allora uno de' soldati innalza la sua visiera, ed ognuno ravvisa in lui Teodato che sotto mentite spoglie erasi da più giorni ivi condotto, ed aveva così riconosciuto il sincero amor de' Goti per lui. La vista e i discorsi suoi accrescono le passioni già suscitate, l'universal furore non ha più limiti, ed il campo si leva per correr contro Ravenna.
Questo poetico lavoro ritraendo la storia e lo spirito de' tempi, pregio al certo da stimare assai in simili composizioni, ci offre la dipintura di grandi passioni e tutta la violenza e la ferocia della naturale indole de' Goti. Il punto in cui Gidilfo viene inatteso ad interrompere il congresso, ed invitato a sedersi al posto del suo genitore, vi si rifiuta stendendovi sopra il manto insanguinato di quel prode, e dicendo

Non a me spetta. Egli è qui ancor tra noi:
Egli vi parla col suo sangue,

è un punto sommamente interessante e drammatico, ed anche nuovo ch'io sappia. Ed un'altra novità in generale di scorgere in tutti i dialoghi, per la parte soprattutto che vi prende la moltitudine, e massime quella de' soldati; imperocchè le grida di questa moltitudine sono brevi e vibrate, e tali quali la natura della situazione le richiede, e tali quali soglionsi in realtà udire in questa specie di tumultuose adunanze. Quel che poi io reputo esserne il miglior pregio, è che il poeta ha nascosto sè stesso, e senza far pompa di arte oratoria, ha creduto meglio di copiar la Natura escludendo ogni estraneo ornamento.
Un'altra pruova di siffatta naturale dipintura si ha nel contrasto tra i moderati ed i violenti nell'assemblea de' capitani; ed è osservabile che in mezzo a questo conflitto spicca sempre un perfetto accordo in tutti, il sentimento cioè dell'odio verso Amalasunta. E' pur da notare che ogni contrasto cessa e tutti gli animi si uniscono nel desiderio di pronta vendetta quando la loro fantasia, quando i loro sensi sono tocchi dalla presenza di Gidilfo, dalle sue calde parole e dalla veste insanguinata dell'ucciso Alarico. La prudenza di un vecchio capitano che consiglia indugio nelle operazioni della guerra, la integrità di Otari che vorrebbe ad ogni modo giustificarla, sono vinte e soverchiate dalle impazienti passioni de' giovani, ed il partito più violento viene accettato come il migliore; la qual cosa, al dir di Macchiavelli, si osserva costante in simili congiunture. Pur tuttavolta la risposta che dà Otari al vecchio capitano:

Il tuo consiglio
Vien tardi, o duce. Intiepidir gli sdegni
Ogni indugio potria,

può sembrare a taluno non ben soddisfacente. Ma se io mal non mi ricordo questa risposta era in origine assai più forte. Una gran massima opponeva Otari al vecchio, ed era questa:

Mezzano ardire
Rassomiglia a viltà.

Lo scoprimento del principe Teodato in mezzo all'esercito allorchè si ha di lui maggior desiderio, può anche sembrar molto consimile al comparir di Gidilfo nel consiglio de' duci; e per verità pare anche a me che questa rassomiglianza di punti scenici includa difetto, ad onta di tutta la varietà onde ha cercato vestirli industriosamente l'autore. Ma forse questo difetto si vedrebbe compensato di molto agli occhi di chi conoscesse la parte antecedente del poema, vedendo che se da una banda la comparsa di Gidilfo serve ad avvalorare i sentimenti di odio e di vendetta in tutti i cuori, quella del principe Teodato aggiunge forza a questi sentimenti stessi, e dippiù dà un colore di giustizia alla causa che i ribellati Goti imprendono a sostenere. Non manca quindi quella gradazione, quel climax, che richiedesi nelle scene di movimento drammatico, nè manca eziandio alle due differenti comparse quella unità di sentimento che di tutte le unità è pure la più pregevole. Sui Goti stessi uno è anche l'effetto che produce l'incontro dell'uno e dell'altro personaggio nello stesso accampamento:

Ambi voi degni
Di comandar ai Goti,

dice Odone, e tutto il campo ripete:

Onore ad ambi.

Bellissimo è ancora il tratto di Teodato che nel massimo entusiasmo abbracciando Gidilfo, dice ai soldati:

Io tutti in lui vi abbraccio.

Trovo inoltre questo Brano sparso di morali verità, le quali non solo abbelliscono, ma rendono utile siffatta specie di lavori. Tal'è quella:

Alla Fortuna
Si fa invita coll'opre, e spesso viene
Con la Fortuna anco il miglior consiglio.

E la seguente, per tacer delle altre bellissime:

L'ardir soverchio
E funesto al valor. Coraggio è spesso
Anco il frenar lo sdegno.

Io spero che le mie parole siano stimolo all'illustre autore perchè s'induca a pubblicar presto tuuto il suo poema: il quale oltre de' propri e non volgari pregi di che va sparso, è pure, qualunque sia il giudizio che altri potrà farne, una novità in letteratura, che al pari di tutte le novità di tale indole potrà avere i suoi miglioramenti.
 

NOTE
1 Fin dal 1822 la compagnia Perotti rappresentò nel R. Teatro del Fondo in Napoli la tragedia del Ruffa intitolata la Morte di Achille, che fu seguita dalla rappresentazione di altre tragedie di lui al par di quella applaudite, Egli non contava allora che il diciannovesimo anno di sua età.
 

 
 
FRANCESCO RUFFA
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