Una vecchia fontana, la più antica traccia visibile a BrattiròTRACCE DI ANTICHITA'
A
BRATTIRO'

di Francesco Pugliese
(1913)


Nell'ultimo ventennio dell'Ottocento sorge in Calabria, nei centri più evoluti, un movimento storicistico che varca i confini della stessa regione. Studiosi, ricercatori, letterati, storici o semplicenente amatori di storia patria fanno a gara di riportare alla luce eventi ed episodi trascorsi di storia calabrese. Nasce la ricerca archivistica. Si ricostruiscono veri e propri periodi storici rimasti fino ad allora oscuri. Vengono riesumate antiche tradizioni ormai dimenticate da secoli e viene dato impulso alla ricerca archeologica che vede approdare in Calabria il grande Paolo Orsi che avvia con i suoi mitici scavi il discorso nuovo sulle radici e sulle origini di centri, comunità, paesi, territori. Nel 1893 Oreste Dito fonda la Rivista calabrese di storia e geografia, il cui primo fascicolo è stampato a Catanzaro presso la tipografia Luigi Mazzocca. L'anno dopo il titolo della pubblicazione è modificato in Rivista storica calabrese rimanendo tale fino al 1908. Anche la tipografia è sostituita da quella arcivescovile "S. Bernardino" di Siena. La Rivista diviene in breve tempo un centro storico-letterario di riferimento per la gente calabrese di cultura. Eruditi e studiosi di qualsiasi estrazione politica o religiosa si danno quì appuntamento periodicamente con i loro contributi, i loro articoli, le loro recensioni. La Rivista si identifica in una cassa di risonanza degli eventi culturali che mano a mano si svolgono nei centri calabresi facendone conoscere a tutti il calendario. Decine di iniziative e proposte passano attraverso le pagine del periodico. Molte sono le iniziative letterarie. Vi si annuncia la nascita di altre riviste e pubblicazioni: la Calabria letteraria, quindicinale cosentino diretto da Milelli, La Calabria, Rivista Popolare di Monteleone, la Biografia e bibliografia calabra di Francesco Morano.
Dal 1895 la collaborazione dei migliori articolisti e collaboratori si assottiglia notevolmente o talvolta manca del tutto. Al Dito subentrano i sacerdoti Giovan Battista Moscato e Rocco Cotroneo ed è anche la volta della scelta della nuova stamperia che ricade in quella di San Lucido, in provincia di Cosenza.
Molti gli appelli del Cotroneo al pattriottismo storico-letterario del mondo colto calabrese ad inviare alla Rivista i preziosi contributi. Gli studiosi ecclesiastici prendono il soppravvento nella collaborazione e con loro il metodo della ricerca si fa "arida" mentre il cronachismo diventa "affastellato". Tutto assume un carattere prettamente filologico, superficiale ed antiquato. Non basta la cultura e la comprovata dottrina del Mascato a dare alla pubblicazione uno smalto nuovo e moderno. Il Dito ed il Mandalari, studiosi dell'epoca di larga visione storica, prendono le dovute distanze dall'indirizzo clericale della Rivista.
Nel 1899, la Rivista storica calabrese inizia la seconda serie con il consenso e l'appoggio della Santa Sede. Aumentano le pagine di propaganda ecclesiastica e diminuiscono gli studi storici.
Nel 1902, il Cotroneo invita gli studiosi che invece di "consegnare ai pizzicagnoli carte e cronache antiche, comunque scritte, comunque insudiciate, usino la cortesia d'inviarle per essa Rivista.". Il declino continua inesorabile tanto è vero che la Rivista nel 1906 viene pubblicata nei mesi di ottobre, novembre e dicembre.
Il tragico terremoto del 28 dicembre fa il resto, seppellendo per sempre la Rivista storica calabrese e con essa trovano la morte anche lo stesso Cotroneo, il Mandalari ed altri studiosi come il giovanissimo ed appena laureato ricadese Giovan Battista Petracca Scaglione, direttore del Gazzettino di Tropea.
Nel 1913 nasce l'Archivio Storico della Calabria, che in pratica riprende l'idea originaria dell'antica Rivista. Il metodo delle indagini appare più moderno, gli storici contemporanei accolgono con viva partecipazione la nuova pubblicazione rinvigorita nella visione storica e nei discernimenti critici. I Direttori sono il Conte Ettore Capialbi ed il Professore Francesco Pititto. Il Senatore Raffaele De Cesare, tessendo le lodi della novella creatura, dice tra l'altro "Il documento per il documento può degenerare in un lavoro inutile, se il documento non deve contenere qualche cosa che si connetta a un interesse non strettamente personale o locale; che serva ad un maggiore studio di fatti o di episodi, che abbiano interesse generale, altrimenti la ricerca sarà superflua e l'idea storica non si alimenterà che di piccole cose senza valore, o peggio ancora, di vanità o di passioni minuscole".
In quell'anno Don Francesco Pugliese, parroco di Brattirò, frazione del Comune di Drapia (VV), è uno dei tanti abbonati all'Archivio Storico della Calabria, i cui uffici di Direzione ed Amministrazione sono allocati a Mileto, oltre che a Catanzaro. E verso la fine dell'anno don Ciccio vuole inviare alla Redazione una lettera. Chissà quante volte aveva pensato di far conoscere le notizie sui ritrovamenti nel suo paese di quelle tracce antiche che riteneva di grande importanza. L'episodio più recente delle importanti scoperte accade nel 1910 quando viene trovato uno strano pozzo "formato da enormi cilindri di terra cotta tutti di un pezzo" che nemmeno il marchese Felice Toraldo di Tropea, facente parte della "Commissione di Archeologia", interpellato, sa dare una risposta certa, disinteressandosi addirittura dell'importante ritrovamento.
Don Ciccio ricorda un altro episodio accaduto questa volta nel 1883 quando, ad una cinquantina di metri del luogo della scoperta del pozzo, viene ritrovata da un contadino una statuetta di bronzo che fatta vedere a Don Giuseppe Toraldo, questi ne riconosce la figura di Ercole. Ma la statuetta di lì a poco è venduta per pochi soldi ad un forestiero e Don Ciccio questa volta se la prende con Padre Toraldo, dotto latinista, che non aveva compreso la valenza storica di quel rinvenimento.
Ma la lettera prosegue ed il nostro parroco, rifacendosi ad un passaggio letterario di Don Vincenzo Padula che nella sua Protogea chiama Brattirò "l'antica Bratte", esprime il "timido giudizio" che l'odierna Brattirò......." in tempi remotissimi diede il nome alla terra dei Brattii o Bruzii?".
Ora leggiamo la lettera di Don Ciccio, zio di un altro Don Ciccio Pugliese, il futuro "Teologo" di Tropea.

Credo mio dovere di calabrese richiamare l'attenzione della S. V., che ha iniziato un lavoro sapiente di ricerche storiche per illustrare la Calabria antica, su certi documenti storici che meritano, a mio avviso, tutto l'apprezzamento dell'archeologo. Ecco di che si stratta.
Poco distante da Tropea, sulla sponda del ruscello Brattirò (piccolo fiume che dagli storici è chiamato con questo nome, ch'è il nome del villaggio, ma comunemente è detto del Capo Vaticano, perchè dall'altra sponda è il territorio di Capo Vaticano) e precisamente in direzione di Porto Ercole, sorge il villaggio di Brattirò. Diverse cose antiche rinvenute nel suo territorio richiamano la nostra attenzione su questo villaggio.
Innanzi tutto, circa tre anni or sono, fu scoperto da alcuni contadini un pozzo formato di enormi cilindri di terra cotta tutti di un pezzo, incastrati l'uno sull'altro, aventi ciascuno due fori quadrangolari dall'una parte e dall'altra della superficie. Parecchi di questi cilindri furono messi fuori e posti sul terreno circostante, ma dopo alcuni giorni non si trovarono più perchè da mano sacrilega resi in frantumi. Compresi che il pozzo doveva avere una certa importanza archeologica. Allora andai a raccontare ogni cosa al marchese D. Felice Toraldo da Tropea, il quale fa parte, se ben mi ricordo; della Commissione di Archeologia, pregandolo che s'interessasse a fare i dovuti studi su quella scoperta. Mi promise che se ne sarebbe interessato, ma furono promesse e nulla più.
Un altro fatto concorre a rendere più interessante quella scoperta: circa trent'anni fa in quel medesimo luogo, distante dal punto dove ora s'è rinvenuto il pozzo una cinquantina di metri, da un contadino, mentre zappava il terreno, ad una certa profondità, fu trovata una statuetta di bronzo. Naturalmente fu portata al parroco, il quale a sua volta la fece vedere al P. Toraldo, il dotto latinista che tradusse in versi virgiliani il poema del Tasso. Il Padre Toraldo riconobbe subito dalla pelle del leone che trattavasi di una statua di Ercole. Però nè lui nè altri compresero l'importanza storica della scoperta, e la statua fu venduta per poche lire ad un forestiero, nè mai più s'è potuto sapere dove sia stata trasportata.
Nel medesimo luogo dunque abbiamo il pozzo antico e una statua di Ercole.
Si aggiunga che nelle vicinanze di questo luogo si osservano dei ruderi antichi, e in parecchie località del territorio di Brattirò, dai contadini che scavano il terreno ad una certa profondità per piantarvi la vigna, si sono scoperte delle tombe. In qualcuna di queste tombe, formate di mattoni e qualche volta di massi enormi di pietra, si sono trovate ossa di uomini e di cavalli insieme. In un luogo, comunemente detto Saraceni, si vedono delle tombe in gran numero, scavate dentro la roccia, grandi e piccole, ben fatte e tutte messe in linea; dentro si trovano ossa, mattoni e spesso delle anfore. Il luogo è detto Saraceni e la gente crede che sia necropoli di Saraceni.
Più giù di Brattirò, andando verso il mare, s'incontra il villaggio di Ciaramite che è più antico dell'attuale Tropea e più giù ancora la contrada Cagliope, che alcuni credono sia corruzione di Calliope; e finalmente si giunge alla marina detta corrottamente Formicole (da forum Herculis?). E' questo il luogo dove diversi scogli non naturali, che sorgono dentro il mare a parecchi metri dalla riva: basta vederli per comprendere che son fatti dalla mano dell'uomo.
Ora io dico: Se Port'Ercole è antichissimo e preistorico, tanto che da nessuno scrittore dell'antichità, pur facendone menzione, se n'è potuto descrivere l'origine; se tanti documenti di antichità si rinvengono nel vicino territorio di Brattirò, non sarebbe da prendersi in una certa considerazione l'opinione espressa da Vincenzo Padula nella sua Protogea, che cioè Brattirò, codesta Bratte poverella, com'egli dice, sia l'antica Bratte, che in tempi remotissimi diede il nome alla terra dei Brattii o Bruzii? Secondo il prelodato scrittore Calabrese, Brattirò sarebbe un nome ibrido composto da una voce ebraica e un'altra greca, e significherebbe ruscello di Bratte.
Timidamente ho espresso questo mio giudizio, confortato dall'autorità di Vincenzo Padula e dai monumenti di antichità, specialmente dal pozzo e dalla statua di Ercole, nonchè dai ruderi dell'antico Port'Ercole che sorgeva in direzione di Brattirò.
Ho fiducia che gli studiosi dell'<<Archivio storico della Calabria>> prenderanno nota di quanto ho detto e che non tralasceranno di mandare qualcuno, per vedere e studiare il pozzo di cui ho fatto parola, che non dev'essere  dimenticato dagli studiosi di antichità. Esso fu nuovamente ricoperto di terra dai contadini, e se passeranno ancora degli anni, non se ne conoscerà più il luogo.
 
 
 

 
 
ARCHEOLOGIA TROPEANA
 di  Salvatore Libertino
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