Fig. 6 - Epitaffio di Fantinus (575 d.C.) sul retro della lastra di fig. 4.

ISCRIZIONI DALL'AGER TRAPEIANUS:
IL MONASTERO DELL'ABATE FANTINO
 

di Felice Costabile


Le due iscrizioni opistografe presentate provengono da Ricadi, provincia di Vibo Valentia, sponda meridionale presso la foce della fiumara Rugga, a sud di Trapeia (oggi Tropea), città dei Bruttii sin dallo scorso secolo ben nota negli studi di archeologia cristiana soprattutto per i sepolcreti ed i relativi epitaffi1.
Esse furono ritrovate, poco prima della seconda guerra mondiale2, a circa 200 m di distanza l'una dall'altra, rispettivamente nelle contrade Palazzi3 e S. Giovannello (fig. 1), rimanendo praticamente inedite: solo la pars postica della prima epigrafe era già nota da una approssimativa trascrizione.
Non v'è dubbio che nel sito si estendesse una necropoli, sia perchè si è tramandato il ricordo dei sepolcri da cui le iscrizioni furono asportate, sia perchè si conosce un altro epitaffio della stessa provenienza4. La tipologia delle tombe era quella nord-africana caratteristica di Trapeia: loculo a pianta rettangolare con muretti perimetrali e copertura a volta semicilindrica, nella quale era allettato l'epitaffio5.


Fig. 1 - Part. F° 245 I NE CdI 1: 10000 (Ricadi).
1  segnala il sito della lastra opistografa II (tomba dell'abate Fantinus).

I,1 Da contrada Palazzi. Lastrina di marmo a grana fine, bianco in frattura, divenuto marrone in superfice per interrimento, di forma irregolarmente trapezoidale. E' il frammentino di una grande iscrizione, che misura un'altezza massima di 11 cm ed uno spessore di 2,5. Le lettere della seconda linea, le sole integre, sono alte 5 cm. Fig. 2.

       EFAI
                )
           KAIM

Si tratta di un frustulo troppo esiguo per ricostruire in qualsiasi modo la natura del testo, comunque greco di età imperiale e come tale del tutto insolito nella zona6.
 
 


Fig. 2 - Lastrina marmorea opistografa con iscrizione greca.

I,2 Pars postica della lastrina precedente, che fu ruotata di 45° e reimpiegata per l'epitaffio, eseguito con uno strumento appuntito, quasi a graffio, più che scolpito. L'andamento della scrittura, secondo ideali linee arcuate concentriche che seguono la forma del frammento marmoreo, fa capire che al momento del reimpiego la pars postica, appartenuta ad un'iscrizione di dimensioni monumentali, era ormai ridotta a pezzi informi. Altezza delle lettere in cm:  1.  1,2.  2.  1,0.  3.  1,0-1,5.
4. 1,0.  5.  1,0-1,5.  Fig. 3.


Fig. 3 - Lastrina precedente con epitaffio di Gloriusa.

Trascrizione approssimativa in caratteri tipografici maiuscoli in A. Solano, Bruttium paleocristiano, Vibo Valentia, 1976, pp. 30 s., 189, nr. III, da cui M. Buonocore, ICI, V, 19, dei quali non si dà conto in apparato critico.

                     +  Ic  reque-
                     iscet  Glori-
                     usa qui biss(it) (Cr) sic!
                     annos plus mi-
                  5  nus quinque

1-2.  Ic reque/iscet = hic requiescit. La deaspirazione ricorre anche nell'epitaffio II,2 qui pubblicato.  2-3.  Glori/usa = Gloriosa, cognomen raro (cfr. ILCV 1407); qui per que = quae. Sebbene con qualche variante di lettura imposta dall'epigrafe, mi sembra da accogliere l'esegesi del Buonocore in base all'espressione uiuere Christo, per la quale cfr. A. Ferrua, Damasiana. <<Anacleta sacra Tarraconensia>> 10, 1934, pp. 1-4.

II.1   Da contrada S. Giovannello. Lastra in marmo bianco a grana fine, pars antica, fratturata sul lato destro. Misura in altezza cm 26,9 sul lato d. e 26,5 sul lato sin.; larghezza 33,5 lato inf. e 36,8 lato sup. Spessore cm 3.
Linee di scrittura accuratamente eseguite. Interpunzione a due punti allineati verticalmente, ora a tondi ora a triangoli, alquanto rara; ad un solo punto alla lin. 1 dopo que, ed alla lin. 5 dopo pridie e Idus. Altezza lettere in cm: 1,  2,5.  2,  2,6-3,0.  3,  2,5  4,  2,1-2,5.  5,  2,5-2,7.  6,  2,4-2,5.  Fig. 4.

Victoria  que  uix[it annis]
                    p(lus)  m(i)n(us)  LXIII  quieuit  in [pace ]
                    cui  fecit  Felix  b[ene  me-]
                    renti  coniugi  nob[ili,  depos(ita)]
               5   pridie  idus  maias  [Flauio]
                   Cons(t)antio  u(iro)  c(larissimo) c[onsule].


Fig. 4 - Lastra opistografa con epitaffio di Victoria (414-420 d.C.).

1que = quae. 2. in [pace ]: data l'insolita accuratezza dell'iscrizione, è probabile che l'allineamento fosse rispettato anche sul margine destro perduto, come lo è sul sinistro; in tal caso si presenta l'esigenza di riempire con un chrismòn lo spazio che resterebbe altrimenti vuoto: la lunghezza della linea si desume con certezza da quella seguente (cfr. fig. 5), dove va certamente integrato b[ene me]/renti. Per la formula quiescit (più frequente di quieuit) in pace cfr.. ILCV 3254, 3254 A, 3293 A, 4290 ed anche 3251 (decessit in pace). Per ragioni di spazio epigrafico tale formula va preferita a quella in XPI nomine o simili, considerato che il lapicida ha usato abbreviare solo PMN alla lin. 2 e VC alla lin. 6, ma ha scritto per esteso pridie idus. Comunque una formula del genere in nom(ine non può ovviamente scartarsi.


Fig. 5 - Integrazione esemplificativa di fig. 4.

4. L'impressione che l'ultima lettera di [me]erenti sia una B anziccè una I è dovuta ad un lusus della luce sul dublice segno di interpunzione che segue la parola.  5. La I di maias può sembrare una L, ma si tratta di un effetto fotografico dell'incidenza di luce sul tratto orizzontale inferiore della lettera, che si congiunge con quello della A seguente. rarissima la formula coniugi nobili, comunque strettamente affine a ILCV 444 (uxor nobelis). Proprio per tale rarità sarei portato ad escludere una abbreviazione del genere nob(ili), [deposita]. Potrebbe supporsi anche nob[ili, posita] per esteso, mentre non entrerebbe defuncta. 6. CONSFACTIO lapis. Per consule scritto estesamente cfr. ad es. ILCV (4813 d.C.).
Per lo schema formulare uixit / quieuit-praecessit etc. in pace / cui fecit / depositus + data cfr. exempli causa ICI V 14, dalla stessa Tropea.
La data consolare, considerato lo spazio epigrafico mancante, non sembra potersi ricostruire diversamente che con Flauius Constantius: questi fu console per la prima volta nel 414 d.C., anno in cui il collega orientale Flauius Constans non fu pubblicato in Occidente; rivestì poi il consolato per la seconda volta nel 414 d.C., anno in cui il collega orientale Flauius Constans non fu pubblicato in occidente; rivestì poi il consolato per la seconda volta nel 417 e per la terza nel 420, prima di diventare Augusto nel 421. Non può comunque escludersi una integrazione della lin. 6 del genere Constantio  u(iro)  c(larissimo)  c[ons(ule)  II] o c[ons(ule)  III]. Per il 417 sarebbe però più difficile spiegare l'omissione dell'altro console (Honorius cos. XI), e lo stesso può dirsi per il 420, benchè in quest'ultimo caso il console per l'Oriente (Theodosius cos. IX) sia stato pubblicato tardi in Occidente7: la restituzione proposta è pertanto la più probabile delle tre possibilità storicamente date.

II.2  Lastra precedente, pars postica. Il testo fu scolpito dopo aver voltato e ruotato di 180° la faccia sulla quale si leggeva l'epitaffio più antico. Otto linee guida orizzontali e due verticali per delimitare il campo, tracciate a graffio. La lin. 8 è aggiunta in caratteri più piccoli entro la settima fascia predisposta dalle linee-guida per la scrittura. Altezza lettere in cm: 1, 1.8-2.2.  2,  1.1-2.0.  3,  1.0-2.0  4,  1.0-2.1.  5,  0,5-2.5.  6,  0.5-2.3.  7,  0.5-2.3.  8,  1.8-1.9.  Fig. 6.

            +  In  oc  tumulo  requiebit  in p-
            ace  s(an)c(t)e  recordationis  Fanti-
            nus  presbiter  et  abbas  mon-
            astirii,  qui bissit  annos  XL,
       5   m(enses)  X,  [d(ies)]  V;  defuntus  est  V  id(us)  iu-
           nias ind(ictione)  GII  i[n]  nom(ine)  X[pi]  poscon-
           solato (!)  codam  Basili  an(n)o  XXXIIII
                     Iustini  an(no)  [XXXV]  in[d](ictione)  e[ad(em)].

1.  oc  =  hoc; per la deaspirazione  (cfr.  supra); requiebit  =  requiuit. Il lapicida stava per tracciare una  A  sulla linea guida verticale destra, ma ha desistito dopo averne scolpito appena l'estremità inferiore e l'ha invece trascritta come prima lettera della lin.  2 2. sancte  = sanctae. Per s(an)c(t)e  recordationis  cfr. analoghe espressioni in ILCV 144 (felicis r.), 1463 (bone r.), 1652 (uenerandae r); più frequente la formula sanctae memorie (ILCV 1016, 1025, 1040, 1054, 1058 a. 1079, 1105).  3.  ed = et: sembra un hapax in base ai repertori, che anticipa singolarmente la congiunzione in volgare.  4-5. mon/astirii  =  monasterii, probabilmente per influenza dell'iotacismo della pronuncia greca medievale  (l'epitaffio è del 575, dopo la riconquista bizantina dell'Italia); uixit. 5.  Non avrebbe senso leggere m(enses) XV  o XXV:  in alternativa alla restituzione proposta, potrebbe pensarsi che il segno  V  sia una interpunzione fraintesa dal lapicida e non il numerale quinque, ma il fatto che in tutto l'epitaffio manchi qualsiasi altra interpunzione rende meno preferibile tale soluzione, defuntus  =  defunctus. 6.  Il lapicida, copiando dalla minuta approntata dal committente, ha scritto ind(ictione)  GIII, anzichè  ind(ictione)  GII: egli si è infatti confuso leggendo nella minuta le due N della formula INNOM(ine) ed ha pensato ad una diplografia, che ha <<corretto>> eliminando la  N  della preposizione in  ed accorpandone la  I  con il precedente ordinale  GII, così divenuto  GIII. Parimenti il lapicida, leggendo nella minuta  XPIPOSCON/SOLATO, ha scambiato il  rho  in alfabeto greco di Chr(ist)i per il  pi  latino di POS(t) ed ha <<saltato>> lo iota  di XPI: il risultato è stato l'eliminazione del gruppo  PI. Dunque possiamo ricostruire il testo della minuta alla lin. 6:  IV / NIASINDGIIINNOMXPIPOSCON  /  SOLATO. Per l'espressione  in   nomine  Xpi  cfr. ad es.  ILCV  1094,  1169.  6-7. poscon/solato  =  pos(t)  consulatum, ma qui l'espressione è stata grammaticalmente come una sola parola, un sostantivo in ablativo della II declinazione, così espresso quale conmplemento di tempo. 7. codam quondam. ILCV, III, 499 rinvia al lemma quondam, che però è omesso nell'indice del volume. Cfr. comunque CIL VI, p. 4985 s.v. 8 IUSTINIANIINIE[ -- lapis. La  D di  IND(ictione)] è stata scritta come  I  e la presenza del tratto orizzontale di abbreviazione la fa sembrare una  T. Sembrerebbe che il lapicida non abbia capito il senso di Iustini an(n)o  etc. ed abbia inteso Iustiniani.

Il consolato di Basilio va dal 1 gennaio al 31 dicembre del 541, per cui il 34° postconsolato si data al 575. L'indizione ottava (GII) va invece dal 1 settembre 574 al 31 agosto 575 ed è dunque quella in cui cadono le Idi di giugno: come si è visto in apparato critico, l'errore nell'indizione, indicata come nona (GIII), è dovuto ad un fraintendimento di lettura della minuta da parte del lapicida.
Il nome Fantinus nei Bruttii ha quasi certamente origine devozionale, dal santo, vissuto fra il 294 ed il 336 secondo la tradizione agiografica, la cui tomba si venerava a Tauriana: nei Bruttii è noto un Fantinus, defensor patrimonii ecclesiastici, nel 599 e, molto più tardi, un presbyter del 1310-11 va segnalato perchè attestato nella stessa area geografica del nostro8.
Il monastero nominato nell'epitaffio dell'abate è adeposta: se al suo titolo possa connettersi il toponimo S. Giovannello, che designa la contrada del ritrovamento archeologico ed una vicina fonte, è ancora dubbio in assenza di altri documenti. Noi conosciamo invece un monasterium sancti Archangeli, quod in Tropaeis est constitutum, da una lettera di Gregorio Magno (Reg. II 1, p. 90) del 591, posteriore cioè di soli 16 anni al nostro epitaffio.
Ma mi sembra improbabile che il monastero di S. Arcangelo possa identificarsi col nostro: penserei infatti che quest'ultimo sorgesse presso il luogo dove fu trovata la tomba del suo abate, il che spiegherebbe perchè non sia stata avvertita la necessità di indicarne il titolo. Il monastero di S. Arcangelo, invece, data l'indicazione di Gregorio Magno (in Tropaeis), si sarà trovato non nell'ager, ma presso la città stessa di Tropea, e se fosse da identificare con il monasterium Sancti Angeli de Tropea, visitato nel 1457 dal Calceopulo9, allora ne conosceremmo anche il sito, segnalato dalla persistenza del toponimo e dalla chiesa nel luogo descritto dal visitatore apostolico, prope civitatem Tropee versus montaneam per unum miliare, ben lontano dunque dalle contrade Palazzi e S. Giovannello di Ricadi.
Del resto, il toponimo Palazzi è, come sempre, significativo della presenza di ruderi antichi10, che potrebbero essere stati appunto quelli del monastero, piuttosto che quelli della necropoli probabilmente contigua, dalla quale proviene pure l'epitaffio del presbyter Macedo11, grado della locale gerarchia ecclesiastica rivestito anche dall'abate Fantino. Se dunque il monastero si trovava nei pressi della necropoli, la pianura alla foce della fiumara Rugga e la ricordata fonte di S. Giovannello farebbero presumere attività agricole ad esso legate.
E difatti tali attività sono attestate in zona nel caso del già ricordato monastero di S. Arcangelo di Tropea, i cui monaci ottengono da Gregorio Magno una riduzione del canone di fitto di un piccolo podere (terrula), prossimo al monastero stesso e che faceva evidentemente parte della massa ecclesiastica Trapeiana, a noi nota dall'epitaffio di una sua conductrix12. Non a torto il Fiaccadori13 collega questa situazione di indigenza del monastero di S. Arcangelo alla presenza in zona dei Longobardi, che infatti nel 590, nella vicina Tauriana, provocarono l'esodo dei monaci in Sicilia14.
Ma nel 575, quando morì l'abate Fantino, la regione doveva attraversare un momento di temporanea tranquillità e relativa prosperità, dopo la fine della guerra greco-gotica in Italia e la riconquista bizantina dell'Africa: da essa vennero nei Bruttii e nella stessa Tropea importazioni di anfore e di ceramiche, queste ultime anche imitate in loco15, di cui si ha documentazione archeologica. In tale quadro, il sito del monastero, nella nostra ipotesi non lontano dalla foce fluviale del Rugga, potrebbe far pensare ad un piccolo scalo portuale o attracco16.
L'epitaffio di Fantino segna comunque il limite cronologico finora più basso nelle iscrizioni di VI secolo con data consolare nella regione17, e si ascrive ad una situazione storica anteriore alla presenza ed alle incursioni longobarde, che quindici anni dopo metteranno in crisi la provincia Bruttiorum, da pochi decenni riacquistata con l'Italia all'Impero.
 

NOTE
1  G. B. DE ROSSI, <<BullAC>> 2, 1877, pp. 85-95. ID., Ibid., 3-4, 1877, p. 148. CIL X 8076-8083. M. RUGGIERO, Degli scavi di antichità nelle province di terraferma dell'antico Regno di Napoli, ivi 1888, p. 602 s.v. Tropea. M ARMELLINI, Gli antichi cimiteri cristiani di Roma e d'Italia, Roma 1893, pp. 716-720. G. GATTI, <<NBullAC>> 5, 1900, pp. 271-273. D. TACCONE GALLUCCI, Epigrafi cristiane del Bruzio, Reggio Calabria 1905, pp. 36-46 in part. E. GALLI, Arte Sacra 2, 1932, p. 4 estr. A CRISPO, <<ArchStCaLuc>> 14, 1944, pp. 127-141, 209-211. U. KAHRSTEDT, Die wirtschaftliche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden 1960, p. 37 s. A. FERRUA, <<ArchStCalLuc>> 24, 1955, pp. 9-29. C. TURANO, <<ArchCI>> 8, 1956, p. 223 s. FERRUA, <<RivAC>> 60, 1984, pp. 215-234. L. LUSCHI, <<AnnScNormPisa>> 1989, p. 504. Fondamentale ora M. BUONOCORE, ICI V, pp. XXII-XXIV e nrr. 10-42. Per gli scavi della necropoli presso il Duomo, condotti nel 1980 dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria e rimasti inediti (salvo i tituli pubblicati dal Buonocore), cfr. O. SPOSARO, Tempo Nuovo, 13, 6, 1979. pp. 85-95. G. FOTI, in Atti Taranto XX (1980), Taranto, 1981, pp. 313-315. E. LATTANZI, <<Klearchos>> 23, 1981, p. 137 s. SPOSARO, Calabria Letteraria, 1983, 1-3, p. 74. M. SALVATORE, <<ArchMed>> 9, 1982, p. 48. C. SABBIONE, <<RivAC>> 62, 1986, p. 364 s. B. CIMINO-S. LIBERTINO, Tropea, Guida Turistica, ivi 1993, p. 76s. e figg. snr. M. PAOLETTI, in Storia della Calabria, II, Roma-Reggio Calabria 1994, pp. 492, s., 545. Nessuna notizia è stata ancora pubblicata sui recenti scavi (1992) di altre tombe paleocristiane nell'area del porticato antistante la facciata della cattedrale.
2  Si trovano in proprietà privata: così A. SOLANO, Brutium paleocristiano, Vibo Valentia 1976, p. 189 nr. III, mentre il BUONOCORE, ICI, V, 19, pensava che il Solano avesse schedato la seconda iscrizione presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria.
3  Il nome della contrada è correttamente riportato dal SOLANO, Bruttium, cit., pp. 30s., 189, nr. III, e deformato invece in Palizzi da M. BUONOCORE, ICI, V, p. 30.
4  ICI, V, 11.
5  Cfr. n. 1.
6  Sull'epigrafia greca in età romana, ma solo nelle aree di Reggio e Locri, cfr. BUONOCORE, <<BollBadGrGrottaferr>> 45, 1991, pp. 229-254. Per un'iscrizione greca da Briatico, non lontano da Ricadi, cfr. G. FIACCADORI, in Storia della Calabria, cit. a n. 1, p. 734.
7  A. DEGRASSI, I Fasti Consolari dell'impero romano dal 30 a.C. al 613 d.C., Roma 1952, sub anno. R.S. BAGNALI-A. CAMERON-S. R. SCHWARTZ-K. A. WORP, Consuls of the Later Roman Empire, Atlanta (Georgia) 1987, p. 362 s.
8  Su S. Fantino il Vecchio di Tauriana cfr. F. COSTABILE, <<Klearchos>>, 18, 1976, pp. 83-119. Su Fantinus defensor del 599 cfr. F. RUSSO, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma 1974, nr. 59, e per l'omonimo del 1310-11, attestato a S. Cono, ibid., nrr. 1916 e 2176.
9  M. H. LAURENT-A. GUILLOU. Le Liber Visitationis dìAthanase Chalkéopoulos, Città del Vaticano 1960, p. 108 s.
10 Oltre quello di Ricadi, posso citare altri casi in Calabria: in contrada Palazzi di Bianco si trovano i ruderi di una villa di età imperiale (F. COSTABILE, Municipium Locrensium, Napoli 1976, p. 120, con bibliogr. prec.); sul Monte Palazzi è stato identificato un insediamento di IV sec. a.C. lungo la via interna da Locri a Medma (S. SETTIS, <<Klearchos>> 14, 1972, p. 50); in località Palazzi di S. Lucido è stata identificata una villa del I-II sec. d.C. e recuperato un epitaffio (PAOLETTI, in Storia della Calabria, cit. a n. 1, p. 479 con bibliogr. prec.).
11 ICI, V, 11.
12 ICI, V. 14. In argomento cfr. M. MORESCO, Il Patrimonio di S. Pietro, Torino 1916, pp. 37, 42s., 98, 109. E. SPEARING-E. M. SPEARING, The Patrimony of the Roman Church in the time of Gregory the Great, Cambridge 1918, p. 40 s. F. RUSSO, Storia dell'Archidiocesi di Reggio Calabria, I, Napoli 1961, p. 134. ID., Storia della Chiesa in Calabria, I, Catanzaro 1982, pp. 54, 94 s. C. D. FONSECA, in Cristianizzazione ed organizzazione ecclesiastica delle campagne nell'alto Medioevo (Centro It. di St. sull'alto Med. 10-16 aprile 1980), II, Spoleto 1982, p. 1185 (con bibliogr.). L. CRACCO RUGGINI, <<MiscStStor>> 2, 1982, pp. 59-72. FIACCADORI, in Storia della Calabria, cit. a. n. 1, p. 732 s.
13 FIACCADORI, in Storia della Calabria, cit. a n. 1, p. 733.
14 Cfr. COSTABILE, cit. a n. 8, p. 90 (fonti a n. 19). Anche FIACCADORI, cit. a n. prec. pp. 726, 729 s.
15 P. ARTHUR, <<JournRomArch>> 2, 1989, pp. 133-142. FIACCADORI, cit. a n. 13, p. 733 e altra bibliogr. a p. 759.
16 Per i porti in questo tratto della costa tirrenica cfr. J. ROUGE', in La navigazione mediterranea nell'alto Medioevo, I, Spoleto 1978, p. 87 ss. G. SCHMIEDT, ibid., p. 182 s. G. LENA, <<AnnScNormPisa>> 19, 1989, 2, pp. 583-607. A. B. SANGINETO, in Storia della Calabria, cit. a n. 1, p. 566.
17 Cfr. ICI, V, 1 (530 d.C.), 10 (535 d.C.), 44 (551 d.C.), 51 (540 d.C.).
 
 
 

 
 
ARCHEOLOGIA TROPEANA
 di  Salvatore Libertino
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